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È ormai da giorni e giorni che il dibattito sulla cultura woke occupa le pagine dei giornali. Ma se provassimo a informarci fermandoci semplicemente ai titoli verrebbe da pensare che quest’estate ci sia stata una sorta di contro-rivoluzione interna alla sinistra, che ha ripudiato e rinnegato le istanze di quel movimento, sostenuto in passato. Il punto è che in Italia la sinistra, o almeno una parte, spesso fa confusione quando si parla di woke. Usa il termine in modo intercambiabile con il politicamente corretto (o meglio, con “la dittatura del politicamente corretto”) o con la cancel culture. Questa nebbia culturale non è un caso, è qualcosa di sapientemente costruito dalla controparte, dell’estrema destra più conservatrice, che ha ribaltato il significato del woke, lo ha distorto per ridicolizzare e attaccare ciò che realmente presupponeva.
L'origine del termine woke
L’origine del termine woke è precisa: il concetto nasce ormai un secolo fa, nelle comunità afroamericane, come invito a “stay awake”, a restare vigili, attenti alle ingiustizie e alle discriminazioni intrinseche alla società. Delle dinamiche talmente interiorizzate e radicate che, appunto, necessitavano (e necessitano tutt’ora) di una società bene all’erta, pronta a riconoscerle e decostruirle. In che cosa si traduce questo messaggio? In una richiesta di rispetto, di inclusione, di attenzione verso le minoranze, le comunità più emarginate e i soggetti più vulnerabili. Questa è l’accezione con cui è nato il concetto di woke e questo è sempre stato il senso delle battaglie del movimento. Lotte che hanno portato a risultati indiscutibili per le democrazie occidentali, in termini di inclusione e di rappresentanza.
Eppure, quando si parla di woke, spesso il primo sentimento che suscita la parola è negativo. Non è un caso. È la conseguenza di un lavoro fatto dall’estrema destra statunitense (e a ruota quella europea), che è riuscita nel suo intento di ribaltare il significato del termine, per travisarne il senso originale e renderlo una barzelletta di sé stesso, uno scherno ai progressisti, una ridicolizzazione e al tempo stesso un attacco a quelle battaglie, dipinte non come una rivendicazione di attenzione e rispetto, ma come un’opera di censura e di bavaglio delle opinioni altrui.
L'agenda dell'estrema destra
Piano piano nell’accezione mainstream, il termine woke è diventato sinonimo di minaccia alla libertà di pensiero. Ad esempio i boicottaggi e le contestazioni – una forma di pressione al potere dal basso – sono stati raccontati come tentativi di mettere a tacere chi la pensava in un determinato modo. Ovviamente uno stravolgimento della realtà, sempre con uno scopo preciso. Quello di difendere privilegi, mantenere la posizione dominante, quella da cui poter prevaricare e imporsi sugli altri, restando impuniti.
Ecco perché non ha alcun senso, per i progressisti, parlare di superare o addirittura ripudiare il woke. Significherebbe implicitamente accettare la descrizione alterata del termine, legittimare e dare ragione alla retorica dell’estrema destra, che però non dipinge fedelmente il movimento. Questo non vuol dire che il movimento debba essere esente da qualsiasi critica o autocritica, però bisogna conoscere come stanno le cose e raccontarle per come effettivamente sono.
Il dibattito in Italia
E qui arriviamo al dibattito di questi giorni, che non sembra essere stato compreso fino in fondo. I media italiani, in stragrande maggioranza, hanno scritto che Alexandria Ocasio-Cortez, figura di spicco della sinistra statunitense, ha rinnegato la cultura woke. A quel punto Giuseppe Conte ha mandato una lettera a Repubblica scrivendo che il woke fosse diventato “una sorta di religione morale autoreferenziale” con eccessi che avevano portato anche alla “repressione della libertà di opinione”, per cui “non è con il woke che la sinistra può fare giustizia”. Matteo Renzi, da parte sua, ha scritto su X che finalmente tutti si stanno svegliando nel riconoscere come l’ubriacatura woke avesse fatto male alla sinistra.
Queste sono opinioni legittime, il problema è come si inseriscono nel dibattito. Un dibattito che non ha senso. Perché si tratta di un dibattito basato su delle incomprensioni. Non solo rispetto al significato di woke, ma anche – molto più concretamente – rispetto a quanto effettivamente detto dalla congresswoman statunitense Alexandria Ocasio-Cortez. La frase che è stata riportata dai media italiani è stata: “Il primo woke era folle”. Parole che sono state interpretate come un rinnegamento del movimento. In realtà Ocasio-Cortez ha citato un consigliere di New York, che tempo fa aveva scritto su X: “Woke one was crazyyy”. Che ha una sfumatura molto diversa, nello slang americano: si potrebbe tradurre con “incredibile” o “assurdo”.
Cosa ha detto davvero Alexandria Ocasio-Cortez
In ogni caso, bisogna contestualizzare: qualche settimana fa Ocasio-Cortez è stata ospite di un programma sull’emittente ABC e ha parlato di Francesca Hong, candidata alle primarie democratiche in Wisconsin in vista delle midterm, che ha fatto molto parlare di sé per delle dichiarazioni di qualche anno fa, quando nel 2020 chiedeva di abolire la polizia. Ocasio-Cortez ha citato il consigliere comunale – la frase “woke 1 was crazyy” – sottolineando come la stessa Hong si sia allontanata da quelle posizioni, non tanto rinnegando il senso più ampio, ma rivedendo la retorica. Ed è questo il punto dell’autocritica di Ocasio-Cortez, che non è mai sostanziale, ma formale. La congresswoman ha ribadito come quelle battaglie sono state importanti, perché hanno messo in discussione l’approccio alla criminalità, così come hanno affrontato il tema della violenza della polizia: tutti i movimenti poi evolvono, tutti possono avere degli eccessi e riposizionarsi, ma questo non c’entra nulla con il dibattito surreale che si sta avendo in Italia. Che dimentica l’agenda e gli interessi che muovono i detrattori del woke, così come dimentica di considerare la strategia politica dietro ogni dichiarazione.
Perché non è un segreto che Ocasio-Cortez punti alla Casa Bianca nel 2028 e che questo potrebbe voler dire ammorbidire delle posizioni per ampliare il proprio consenso all’interno dei Democratici. Così come non è un segreto che Conte stia puntando a vincere le primarie nel campo progressista, mettendo da parte Elly Schlein, che spesso ha simboleggiato gran parte delle battaglie woke.
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