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Non è chiarissimo se quella di John Ratcliffe, il capo della CIA, a Mosca, sia stata una missione segreta o meno. Non è stata annunciata e non ci sono state dichiarazioni ufficiali al termine, né sui temi dei colloqui, né sui risultati ottenuti. Gli alleati europei non sarebbero stati avvisati e a Volodymyr Zelensky sarebbe stato solamente detto di non bombardare per tre giorni, promettendo che i russi si sarebbero comportati allo stesso modo: non per una tregua, ma per ragioni di sicurezza, per evitare problemi a un “funzionario statunitense” non specificato. Eppure, allo stesso tempo, il gigantesco C-17 su cui viaggiava il direttore dell’intelligence statunitense non si è preoccupato di nascondersi. Dopo essere partito dagli Stati Uniti ha fatto tappa in Lettonia, seguendo una rotta facilmente rintracciabile anche da strumenti come Flightradar24, disponibili anche al grande pubblico, e poi è atterrato a Mosca. Un aereo militare gigantesco, su cui viaggiavano anche una mezza dozzina di auto che si sono poi mosse per portare a destinazione la delegazione statunitense.
È la prima missione di un capo della CIA in Russia da quando è scoppiata la guerra. L’ultimo direttore dell’intelligence a recarsi a Mosca era stato William Burns alla fine del 2021: l’invasione dell’Ucraina era imminente e Burns era andato in Russia per dire al Cremlino che la CIA sapeva quello che stava per succedere e intimava di fermarsi. Un richiamo che, come sappiamo, era caduto nel vuoto.
Perché il capo della CIA è andato a Mosca?
La domanda ora è se ieri Ratcliffe sia andato a Mosca con un intento simile. In questa fase in cui i negoziati sono in stallo, infatti, il timore che il Cremlino possa alzare il livello dello scontro, magari allargando il conflitto con attacchi ibridi agli alleati di Kiev (quindi ai Paesi della Nato) o anche utilizzando le armi atomiche tattiche, si fa sentire. Sarebbe un modo, dalla prospettiva russa, per imporsi sul campo di battaglia e in questo modo costringere gli ucraini a cedere su quello negoziale.
Lo scorso weekend Zelensky aveva presentato un piano di pace, in accordo con gli Stati Uniti e gli europei, che prevedeva di istituire nel Donbass una zona economica libera, in cui entrambi gli eserciti dovrebbero ritirarsi in eguale misura. Una sorta di area franca gestita da terzi. Ma anche questa volta il Cremlino ha rifiutato. Il portavoce Dmitry Peskov ha tagliato corto dicendo che il Donbass è parte della Russia e che su questo punto non cederà mai. E, per quanto riguarda le trattative di pace, siamo quindi a punto e a capo. Il viaggio di Ratcliffe potrebbe allora essere un tentativo di uscire da questo stallo?
I negoziati con l'Ucraina in stallo e la partita iraniana
Ci sono però altri elementi da considerare. Uno su tutti il fatto che l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, e il genero Jared Kushner, i mediatori ufficiali nel conflitto, abbiano annullato il loro viaggio programmato proprio in questi giorni. Difficile pensare che Ratcliffe sia volato a Mosca in sostituzione. I motivi della missione potrebbero quindi essere altri. C’è ad esempio la questione iraniana. Gli Stati Uniti si stanno preparando a strozzare l’Iran economicamente, lanciando la più pesante offensiva fatta finora sul fronte finanziario, in modo da isolare completamente gli Ayatollah dal resto del mondo e rendere loro impossibile continuare la guerra contro Washington e Tel Aviv. Ovviamente un’operazione di questo tipo è destinata a fallire se potenze come la Cina, o appunto la Russia, continuano ad alimentare il regime iraniano. Per cui la Casa Bianca ha bisogno di trattare anche con gli alleati di Teheran, convincendoli ad abbandonare il loro alleato. Mosca potrebbe essere disposta ad allentare i suoi traffici con l’Iran in cambio di un ulteriore disimpegno statunitense in Ucraina.
Da quando Donald Trump è tornato al potere l’intervento statunitense in Ucraina non ha fatto che affievolirsi, ma il presidente è scostante. Di tanto in tanto promette garanzie sui Patriot, che servono alla contraerea di Zelensky, per poi ritrattare. È possibile che abbia mandato il capo della CIA in Russia per discutere sia dei negoziati con Kiev, che della partita iraniana. Ma ci potrebbero essere anche altre ragioni dietro questa missione, che non hanno nulla a che fare con guerre e conflitti. Il direttore dell’intelligence, come già fatto in passato con la ballerina russa naturalizzata statunitense Ksenia Karelina, potrebbe essersi attivato per la scarcerazione di cittadini statunitensi detenuti nelle carceri russe. Potrebbe, cioè, essere volato personalmente a Mosca per negoziare uno scambio di prigionieri.
E gli europei?
In questo caso non sarebbe strano il fatto di non aver avvisato gli europei del viaggio. Anche se, va detto, in generale gli alleati del Vecchio Continente sono stati sempre tenuti ai margini di ogni trattativa con il Cremlino. L’Europa, da parte sua, ha nuovamente ribadito il sostegno a Kiev, con i soliti distinguo. Emmanuel Macron, il presidente francese, ha annunciato esercitazioni militari in Ucraina della missione multinazionale di peacekeeping per i mesi di ottobre e novembre, mentre l’Italia ha ribadito che non parteciperà, mantenendo la linea più volte ribadita da Giorgia Meloni di non mandare soldati italiani nel Paese.
Roma comunque farà la sua parte. Il governo sta lavorando a un tredicesimo pacchetto di aiuti a Kiev, che dovrebbe presentare tra qualche settimana al Copasir. Non ci sarebbero – anche in questo caso a differenza del pacchetto francese – armi a lunga gittata, quelle cioè in grado di colpire il territorio russo. E sempre a proposito di armi: dopo mesi di frenate il governo italiano ha confermato all’Unione europea che ha intenzione di prendere la maggior parte dei prestiti del fondo SAFE: 8 miliardi di euro su quasi 15 in totale a disposizione per l’Italia. Soldi che dovranno essere restituiti entro 45 anni a tassi iper convenienti e che serviranno per gli investimenti nella difesa comune, così come per rifocillare l’arsenale italiano.
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