Il medico, se uomo, è inevitabilmente «il dottore». Ma un medico donna, quando non è «dottoressa» diventa in alcuni casi «la signorina». Signorina. Un sostantivo che affonda le sue radici nel primo Novecento, una sorta di titolo di cortesia un tempo attribuito a donne nubili e che ora sta giustamente stretto a chi ha studiato esattamente come un uomo per indossare un camice ed essere dottore in Medicina abilitato all'esercizio della professione medica.

E così, all'ennesima domanda alla «signorina» di turno, all'ospedale San Giovanni di Dio di Frattamaggiore, Azienda sanitaria Napoli 2 Nord, un gruppo di medici (si tratta, a quanto ha successivamente appreso Fanpage.it di giovani medici vaccinatori) già da qualche settimana ha deciso di comune accordo di stampare e incollare al muro un cartello cortese ma perentorio: «In questi ambulatori non esistono signorine. Firmato: le dottoresse». E inevitabilmente il cartello, finito sui social, è stato oggetto di discussione, condivisione e dibattito.

Non sappiamo come sia stato accolto dall'utenza il cartello: è possibile che a usare quel sostantivo femminile fossero soprattutto persone anziane. Tuttavia ci si evolve in tutto, anche nel modo di porsi. E a testimonianza che la battaglia per un linguaggio inclusivo non è di oggi ma soprattutto è condivisa in provincia di Napoli così come nel capoluogo campano, si può portare come esempio  una recente circolare dell'Asl Napoli 1 Centro per promuovere «requisiti linguistici paritari minimi per un uso non discriminante dei generi nel linguaggio amministrativo scritto». Il testo prevede alcune soluzioni che possono evitare l’uso del maschile anche per le situazioni in cui i soggetti del discorso oppure i destinatari sono di genere differente. Anche quel documento, però, aveva tralasciato e forse sottovalutato parole come «signorina».