“Massima solidarietà e vicinanza ai familiari di Salvatore Buglione. Condividiamo il loro dolore e il loro scoramento e lo sdegno per una situazione così assurda. A tutta la famiglia Buglione diciamo: noi siamo con voi e non vi abbandoneremo”. Sono le prime parole che Carmen Del Core e don Tonino Palmese, che presiedono rispettivamente il Coordinamento campano familiari vittime innocenti della criminalità e la Fondazione Polis della Regione Campania, hanno voluto rivolgere ai familiari di Salvatore Buglione, dopo la fuga dal carcere di Perugia di Domenico D’Andrea, conosciuto come Pippotto, il 38enne evaso ieri mattina dal carcere dove stava scontando l’ergastolo per aver ucciso il 4 settembre del 2006, Salvatore Buglione, l’edicolante di via Pietro Castellino a Napoli, nel quartiere Arenella, con una pugnalata al cuore. È la seconda volta che evade: la prima fu dal carcere minorile di Airola nel 1999, aveva 14 anni, per andare a festeggiare il compleanno a casa.

La fuga di Pippotto è durata meno di 10 ore. Evaso poco dopo le ore 13 del pomeriggio di ieri, è stato beccato dalla polizia attorno all’una meno un quarto di questa notte, non lontano dal capoluogo umbro, in un boschetto nella zona di Prepo, non troppo lontano da Capanne dove si trova la struttura detentiva e dalla Stazione. A bloccarlo è stata la squadra mobile della Questura. D’Andrea beneficiava dell'articolo 21 dell'ordinamento carcerario, che ammette anche gli ergastolani al lavoro esterno alle strutture detentive, “dopo l'espiazione di almeno dieci anni” e al momento della fuga stava lavorando in un'area esterna all'istituto di pena. La dinamica dell’evasione al momento è ancora al vaglio degli investigatori, che stanno cercando di ricostruire l’accaduto e verificare anche se Pippotto sia stato eventualmente aiutato da qualcuno.

Salvatore Buglione, dipendente comunale, la sera del 4 settembre 2006 stava sostituendo la moglie in edicola. Sasà tentò di reagire e fu colpito mortalmente con una coltellata. All'epoca “Pippotto” D'Andrea, classe ‘84, aveva 23 anni, con lui c'erano altri quattro giovani, ma era già noto alle forze dell'ordine. A 13 anni era stato accusato di essere a capo di una baby gang che rapinava motorini in alcune zone di Napoli. Era stato anche ferito a una gamba da un carabiniere durante un tentativo di rapina. D’Andrea era ritenuto responsabile di numerose di rapine avvenute nel corso degli anni.