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Al Rione Sanità di Napoli la fabbrica Omega, con gli ultimi sarti delle mani: i guantai

A Napoli, nel rione Sanità, (r)esiste un antico guantificio, la fabbrica Omega. Entrarci è come fare un tuffo nel passato: singer della nonna, cusutrici donne – com’era un tempo – e nessun aiuto dalla tecnologia. Questa azienda, dove si lavora alla luce naturale e si fa tutto a mano, è custode di un artigianato prezioso, oggi sempre più raro. Alberto Squillace, il titolare: “In un mondo che corre, manteniamo acceso il fuoco delle tradizioni”.
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Un panaro usato come montacarichi, una moka di caffè sui fornelli, vecchie macchine singer a pedale e mani di donna a cucire: tutto verace, autentico e tutto al guantificio Omega, uno degli ultimi rimasti a Napoli. La fabbrica si trova in un condominio di via Stella, nel rione Sanità, con magazzino al piano terra e laboratorio al terzo. Ad accoglierci in questa romantica sartoria per le mani, è il suo titolare, Alberto Squillace. Trent’anni e una passione, quella per l’artigianato, che il giovane ha coltivato sin dalla tenera età: «Quand’ero piccolo, passavo molto tempo in azienda – ci dice – giocavo con i tagliatori di mio nonno e con gli altri operai, che sono dei dipendenti ancora adesso». Dopo la scomparsa del padre, prendere le redini di Omega è toccato a lui. Una scelta, per Squillace, tutt’altro che sofferta: «L’ho vista come una chance per difendere questo settore – spiega – e, soprattutto, farlo capire e raccontarlo ai giovani».

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I guanti, tradizione dell'artigianato napoletano

Per fare mestieri come questo, prima di tutto, serve conoscere a fondo i materiali che si lavorano. A mano, la realizzazione di un guanto è fatta di 25 passaggi, ognuno svolto da un artigiano specializzato. Il più importante è il primo, la scelta delle pelli: «La più piccola imperfezione o malattia dell’animale – spiega Squillace – si tradurrà in un difetto sul prodotto finito. Per questo motivo, la selezione è affidata ai più esperti». Il passo successivo è la tintura, poi inizia il taglia e cuci in fabbrica. Ogni operazione viene svolta sotto la luce naturale e senza nessun aiuto dalla tecnologia: alla fine, le mani delle cusutrici creano veri e propri capolavori di sartoria.

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A Napoli, furono i Borboni ad incentivare la produzione di guanti, dalla prima metà del 1800. Ben presto, la sartoria partenopea divenne un’eccellenza e la città si riempì di botteghe e laboratori, molte delle quali si trovavano nel Rione Sanità. Sedute alla macchina da cucire c’erano soprattutto le donne, che lavoravano anche da casa, dove passavano molto tempo. La situazione attuale è molto diversa: «All’epoca, in questo settore erano impiegate migliaia di persone – dice Squillace – Tutto questo, ora è solo un ricordo. I guantai diminuiscono sempre di più, sono mosche bianche».

Storie come quelle della fabbrica Omega sono preziose, ma sempre più rare. Oggi, le piccole botteghe chiudono una dopo l’altra, schiacciate o assorbite dai marchi dell’alta moda: «Spero che tutti gli artigiani capiscano – dice Alberto – che le grandi maison, senza la loro esperienza, non sono nulla». Sono i giovani come lui, pieni di freschezza e idee, che possono regalare un futuro a questi lavori: «Chissà, magari un giorno Omega diventerà una scuola di sartoria – immagina – ma, perché accada, bisogna far conoscere questi mestieri. In un mondo frenetico, che corre, tenere acceso il fuoco delle tradizioni è molto importante».

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