Emanuele Tufano ucciso a 15 anni in sparatoria tra bande: condannato a 12 anni unico maggiorenne del gruppo rivale

È stato condannato a 12 anni di reclusione Gennaro De Martino, classe 1998, l'unico maggiorenne del gruppo che, nella notte del 24 ottobre 2024, prese parte al conflitto a fuoco con un altro gruppo di giovanissimi nel quale rimase ucciso il 15enne Emanuele Tufano. La sentenza è stata emessa oggi, 4 maggio, al termine per processo con rito abbreviato; le accuse per il ragazzo, difeso dall'avvocato Emilio Coppola, sono di tentato omicidio aggravato.
Quella notte la sparatoria avvenne tra due gruppi di giovani, uno della Sanità, di cui faceva parte Tufano, e l'altro di piazza Mercato; diversi dei ragazzi identificati sono poi risultati vicini ad ambienti criminali delle due aree di Napoli. L'imputato è il figlio di Salvatore De Martino, ucciso in un agguato di camorra avvenuto nell'agosto 2021 a Ponticelli, Napoli Est; nel periodo del conflitto a fuoco era ricercato: scappato dal carcere di Airola nell'ottobre 2023, era stato preso il 23 gennaio 2025.
Per il ragazzo la procura antimafia di Napoli (sostituto procuratore Celeste Carrano) aveva chiesto 16 anni di reclusione, contestandogli il reato di tentato omicidio aggravato, tra gli altri, dai futili motivi e dalle modalità mafiose; alcune delle aggravanti sono però cadute nel corso del processo. La famiglia di Emanuele Tufano si è costituita parte civile, il giudice ha riconosciuto il pagamento di una provvisionale.
Per la Direzione Distrettuale Antimafia Gennaro De Martino è il capo del gruppo proveniente da piazza Mercato, mentre l'altro, quello della Sanità, sarebbe stato guidato da Cristian Scarallo. Tufano, secondo le ricostruzioni, venne ucciso da "fuoco amico": la pallottola che lo raggiunse sarebbe partita da un componente del suo stesso gruppo. Da quell'omicidio, per gli investigatori, scaturì quello di Emanuele Durante, ucciso nel marzo 2025: l'agguato sarebbe stato organizzato ed eseguito dal clan Sequino che, per vendicare la morte del 15enne, legato da vincoli di parentela con un elemento di vertice del gruppo di camorra della Sanità, avrebbe deciso di uccidere il 20enne, indicandolo ingiustamente come "traditore" ma anche per punire indirettamente il suo gruppo, ritenuto responsabile di avere mancato di rispetto al clan perché non aveva collaborato alle "indagini interne" del clan per trovare il responsabile.