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5 Novembre 2020
17:44

Suicida a 11 anni a Napoli, le indagini: esclusa ipotesi di challenge mortale e Jonathan Galindo

Il bambino che a fine settembre si è suicidato a Napoli non è stato spinto a farlo da una challenge mortale. È la conclusione della Polizia Postale che, dopo aver esaminato il suo cellulare e i dispositivi in grado di connettersi al web, non hanno trovato nessuna traccia di messaggi intimidatori o di altro tipo che potessero in qualche modo essere riconducibili alla perversa sfida online, di cui non esistono tracce.
A cura di Nico Falco
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Nessun uomo con la maschera da Pippo, nessun messaggio spaventoso, nessuna traccia che potesse far pensare a una challenge online. Dopo gli accertamenti della Polizia Postale di Napoli, effettuati anche in presenza del consulente di parte, sembra del tutto tramontata l'ipotesi "Jonathan Galindo", quella che si era fatta prepotentemente strada anche grazie alla testimonianza di alcuni genitori preoccupati: il bambino di 11 anni che si è suicidato a Napoli la notte del 29 settembre non è stato spinto a farlo da una sfida mortale, di quelle che prevederebbero una serie di prove dalla difficoltà crescente con l'ultima che sarebbe appunto uccidersi.

Bambino di 11 anni suicida a Napoli

Poco dopo la mezzanotte il bambino si era lanciato dalla finestra della sua abitazione, al decimo piano di un appartamento nella zona di Chiaia-Posillipo, nel centro di Napoli. A far propendere per l'ipotesi che fosse stato in qualche modo indotto era stato un messaggio che poco prima il piccolo aveva inviato alla madre su WhatsApp: "Ti amo ma ora ho un uomo incappucciato davanti e non ho tempo". Era stata avviata una indagine, con l'ipotesi di reato di istigazione al suicidio, e il cellulare e tutti i dispositivi in grado di connettersi ad Internet ed utilizzati dal bambino erano stati sequestrati per essere passati al setaccio dagli esperti della Postale.

L'ipotesi Jonathan Galindo e challenge mortali

Una delle piste seguite dagli investigatori era appunto quella di Galindo, personaggio immaginario e protagonista della leggenda metropolitana famosa in Sudamerica ma all'epoca ancora pressoché sconosciuta in Italia: uno psicopatico, truccato come una versione horror di Pippo della Disney, che contatta i bambini e li spinge al suicidio. In realtà la stessa esistenza di questo tipo di challenge non è mai stata dimostrata e tutto lascia pensare che si tratti dell'ennesima storia inventata: una Creepypasta, una leggenda metropolitana a sfondo spaventoso che si diffonde su Internet e che di volta in volta si chiama Blue Whale o ha come protagonista Momo, Slenderman o, uno degli ultimi arrivati, Jonathan Galindo.

Nonostante le denunce non manchino, infatti, le forze dell'ordine di tutto il mondo non hanno mai trovato prove. L'esistenza di una sorta di organizzazione transnazionale era stata chiaramente subito esclusa, era però stata considerata l'ipotesi che qualcuno, spacciandosi per Galindo, potesse avere terrorizzato il piccolo al punto tale da spingerlo a uccidersi.

Ai primi di ottobre, quando era circolata l'ipotesi di Galindo, erano fioccate le segnalazioni alla Polizia Postale: genitori che raccontavano che i figli erano stati contattati da questo spaventoso personaggio e che temevano potessero finire anche loro vittime del gioco. In nessuno dei casi, però, era emerso un reale pericolo: si trattava di account creati per emulazione in seguito alla diffusione della leggenda, il più delle volte con l'obiettivo di spaventare i giovanissimi usando le fotografie associate alla Creepypasta.

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