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1 Ottobre 2020
17:57

Cosa sappiamo sul bambino di 11 anni morto suicida a Napoli

Ecco tutto ciò che sappiamo e le ipotesi al vaglio degli inquirenti sulla morte del bambino di 11 anni che si è suicidato a Napoli. Martedì notte il piccolo si è lanciato dal balcone del decimo piano; nell’ultimo messaggio, inviato alla madre pochi minuti prima, ha fatto riferimento a un “uomo col cappuccio”. Si ipotizza che possa essere stato manipolato da qualcuno su Internet.
A cura di Nico Falco
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Martedì 29 settembre, poco dopo la mezzanotte, un bambino di 11 anni si è ucciso lanciandosi dal balcone di casa sua, al decimo piano di un palazzo di Napoli, nella zona di Chiaia-Posillipo. La tragedia è stata scoperta una manciata di minuti dopo: la sorella, credendo che si fosse alzato dal letto per andare in bagno e non vedendolo tornare, ha avvisato i genitori. Il corpo era finito su un ballatoio diversi metri più in basso, il bimbo è morto sul colpo. La madre ha trovato sul cellulare un messaggio che il figlio le ha inviato prima di lanciarsi e in cui si fa riferimento un "uomo nero" o a un "uomo col cappuccio". Il particolare ha spinto la Procura di Napoli ad avviare una indagine col supporto della Polizia Postale e delle Comunicazioni: il bimbo potrebbe essere stato istigato da qualcuno che, si ipotizza, potrebbe averlo contattato tramite applicazioni di messaggistica istantanea, come WhatsApp, o attraverso Internet. Il piccolo, figlio di noti professionisti, non avrebbe dato nessun segno di preoccupazioni negli ultimi giorni ed era perfettamente integrato con gli amici; i funerali si terranno sabato 3 ottobre, la famiglia ha chiesto di rispettare la loro scelta di silenzio.

L'ultimo messaggio ai genitori: l'uomo col cappuccio

Nell'ultimo messaggio inviato alla madre, oltre a scusarsi per quello che avrebbe di lì a poco fatto, e a dichiarare il proprio amore per la famiglia, il bambino ha fatto riferimento a qualcuno non meglio specificato che in qualche modo lo avrebbe spinto al suicidio: "Ti amo ma ora ho un uomo incappucciato davanti e non ho tempo".  Sulla figura dell'"uomo col cappuccio" si stanno concentrando le indagini degli inquirenti, che hanno incaricato degli accertamenti anche la Polizia Postale, proprio per seguire le tracce lasciate sul web. I dispositivi in grado di connettersi a Internet e in uso al ragazzo sono stati sequestrati per gli accertamenti; su tablet e cellulare verrà effettuata una perizia alla ricerca di messaggi anomali. Non è chiaro se il bambino sia stato effettivamente contattato da qualcuno, o se la figura a cui fa riferimento sia frutto della sua immaginazione, magari influenzata da qualche video trovato sulla Rete.

Gli amici del ragazzino sono stati ascoltati in Procura, per capire se negli ultimi giorni fosse stato avvicinato da persone che non facevano parte della sua cerchia di conoscenze. Tra le ipotesi, anche quella che sia stato coinvolto in una challenge mortale, una sorta di perverso gioco su Internet in cui la vittima è chiamata a superare una serie di prove che prevedono atti di autolesionismo e, alla fine, anche la morte; in realtà l'esistenza stessa di queste challenge è in forte dubbio: si tratta di una CreepyPasta, ovvero una leggenda metropolitana a tema horror diffusa su Internet, su cui fino ad ora non ci sono riscontri. Questo non esclude che qualcuno possa essersi spacciato per il protagonista delle storie e che abbia contattato il ragazzino, terrorizzandolo.

L'ipotesi: contattato da Jonathan Galindo

Nelle ultime ore si è diffusa l'ipotesi che il bambino sia stato contattato da "Jonathan Galindo", ovvero il protagonista di una delle leggende che girano su Internet: uno psicopatico che, mascherato in modo da ricordare una sorta di versione spaventosa di Pippo della Disney, proporrebbe agli adolescenti di giocare a una challenge mortale. Si tratta però di una storia inventata: le fotografie e i video che girano (sempre gli stessi e risalenti al 2012/2013) sono stati realizzati da un make up artist che lavora nel campo degli effetti speciali nel cinema; successivamente qualcuno ha rubato quel materiale, pubblicato su Internet, e lo ha usato per dare forma all'ennesimo personaggio malvagio che popolerebbe il web.

Il meccanismo è lo stesso che veniva raccontato per la Momo challenge (con la differenza che "Momo" contattava i ragazzi tramite whatsapp e per le fattezze era stata usata una scultura che rappresenta una sorta di demone giapponese) e alla Blue Whale (che invece si era diffusa su Twitter): in tutti questi casi non si sono mai trovati riscontri che potessero dimostrare l'esistenza delle challenge. Col diffondersi della leggenda, così come era stato per le precedenti, sono fioccati anche i profili col nome Jonathan Galindo, che si muoverebbe invece su TikTok, ovvero il social più in voga al momento tra i giovanissimi. Quindi non esiste nessuno psicopatico mascherato da Pippo, ma non si può escludere che qualcuno, cavalcando la popolarità della leggenda, possa realmente contattare dei bambini con cattive intenzioni.

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