Scavare a fondo nel telefono cellulare e nel tablet, ma anche in qualsiasi dispositivo che possa connettersi ad Internet e che possa essere stato utilizzato dal bambino per scambiarsi dei messaggi, delle fotografie, per guardare dei video. Per una comunicazione, di qualsiasi tipo. È la prima mossa degli inquirenti, che in queste ore stanno cercando di risolvere il puzzle della morte del bambino di 11 anni che, martedì notte, si è ucciso lanciandosi dalla finestra della sua abitazione al decimo piano a Napoli, zona Chiaia-Posillipo. Il piccolo, figlio di noti e stimati professionisti, non aveva mai dato segni di sofferenza; frequentava una scuola calcio, era perfettamente integrato coi coetanei e la conferma che la famiglia fosse tranquilla arriva dalle numerose testimonianze di chi in queste ore si sta stringendo intorno a loro.

La delicata inchiesta è condotta dal procuratore aggiunto Raffaello Falcone e dal pm Raffaele Tufano della Procura di Napoli, le indagini sono affidate alla Polizia di Stato, l'ipotesi di reato è di istigazione al suicidio. Gli inquirenti e gli stessi avvocati Lucilla Longone e Maurizio Sica si stanno muovendo con tatto e massimo riserbo. Fondamentale è non fare emergere il nome della famiglia che, già distrutta dal dolore, potrebbe veder riversarsi addosso migliaia di "occhi" e commenti sui social. Tuttavia preservare questa privacy, dovuta, è sempre più difficile da mantenere, visto che proprio sui social i conoscenti hanno cominciato a parlare dell'accaduto citando anche nome e cognome dei genitori del piccolo.

Le indagini sul suicidio e il biglietto di addio

Dalle verifiche sui dispositivi informatici arriveranno le prime risposte: se il bimbo frequentava delle chat, se era stato contattato tramite messaggistica istantanea o social da qualcuno che potrebbe averlo minacciato o spaventato. Potrebbe arrivare, insomma, qualche elemento per dare una identità al personaggio a cui il piccolo aveva accennato nel messaggio inviato sul cellulare della madre poco prima di lanciarsi. Poche parole, per scusarsi di quello che avrebbe fatto e per esprimere l'amore verso i genitori, poi quel riferimento che al momento è un enigma: un "uomo incappucciato", un "uomo nero" che lo avrebbe raggiunto e obbligato in qualche modo ad uccidersi.

Un personaggio che potrebbe essere nato nella fervida fantasia di un bambino, ma che potrebbe anche essere reale. Non come mostro o come fantasma, ma come persona in carne ed ossa che, sfruttando una leggenda metropolitana del web, una spaventosa Creepypasta, potrebbe avere contattato il piccolo fingendo di essere l'entità malvagia protagonista delle storie delle challenge mortali e potrebbe averlo terrorizzato e soggiogato fino a spingerlo al suicidio.

In molti hanno identificato questo fantomatico "uomo nero" o "uomo incappucciato" in Jonathan Galindo, protagonista di una leggenda che si è diffusa sul web: si tratterebbe di uno psicopatico che contatta i ragazzini e, dopo aver chiesto se vogliono fare un gioco, li spinge ad affrontare prove sempre più pericolose, fino appunto al suicidio.

In realtà si tratta, appunto, di una leggenda: non esiste nessun Jonathan Galindo, gli account con quel nome sono stati aperti in seguito alla diffusione della storia e le foto sono state rubate dal profilo di un make up artist. Il pericolo, però, è reale: dietro quei profili potrebbero nascondersi anche persone con cattive intenzioni che, sfruttando la popolarità, potrebbero condizionare i ragazzini e gli adolescenti più impressionabili.