Arrivano da Napoli le sim abusive usate per il sequestro delle sorelle Sarah e Alisya

La sera del 21 giugno, Carabinieri e forze speciali hanno fatto irruzione nell’appartamento di Formia dell’80enne M.S. Non era lei però l’oggetto del blitz, ma Sarah e Alisya, le sorelle di 12 e 16 anni scomparse il 7 giugno dalla casa famiglia in cui vivevano a Civitella Alfedena. A condurre da loro gli investigatori è stata una videochiamata effettuata con Valentina D’Acunto, la madre delle ragazzine che aveva perso la potestà genitoriale meno di una settimana prima della sparizione.
La donna adesso è oggetto di fermo con l’accusa di sequestro aggravato di minore insieme al padre Marco D’Acunto, e al compagno di lei Vincenzo Esposito. Per il procuratore di Sulmona, Luciano D’Angelo, si tratta di “un’impresa familiare”, e nel sistema messo in atto per la sottrazione delle due minori un ruolo centrale lo riveste Napoli e i rivenditori che qui creano sim con intestazioni fittizie.
In uno di questi, gli indagati avrebbero acquistato abusivamente 10 sim. “Esistono tante città in cui sai di poter trovare una pistola, oppure un documento falso, e questi luoghi esistono anche se cerchi una scheda non rintracciabile”, spiega a Fanpage D’Angelo che a Napoli ha trascorso molti anni in veste di sostituto procuratore prima di approdare a Sulmona.
“Le schede telefoniche vengono intestate a soggetti stranieri che spesso neanche esistono, oppure di cui si ha il documento ma sono estranei ai fatti. A queste persone vengono ricondotte le utenze che quindi non possono essere collegate direttamente a chi usufruisce del numero”.
Questo sistema viene convenzionalmente usato per ogni tipo di truffa telefonica: "Prendiamo ad esempio le truffe agli anziani: le chiamate avvengono sempre da numeri non direttamente riconducibili agli autori del reato. Di queste truffe ne ho viste tante, ho arrestato decine e decine di persone, e il meccanismo è sempre lo stesso".
Nel caso delle sorelle sottratte in Abruzzo, 7 delle 10 sim non sarebbero state utilizzate durante le fasi del sequestro, “a riprova di una probabile fuga portando con sé le bambine", si legge nella richiesta di fermo firmata da D’Angelo. Il procuratore però precisa: “Non abbiamo la certezza che tutte siano state nella disponibilità degli autori del fatto. Alcune sono risultate allocate in altri posti, qualche altra non è stata ancora attivata. Di certo si tratta di un pacchetto di schede acquistate a Napoli da persone ricollegabili a D'Acunto”.
Queste schede telefoniche fittizie non possono essere create in qualunque negozio di telefonia. “Non appartengono a operatori reali come Tim o Vodafone, ma virtuali. Poi vengono venduti attraverso dealer di dubbia fama. A Napoli ce ne sono due o tre che abbiamo attenzionato”. Il meccanismo è semplice: “Si arriva con la fotocopia della carta d’identità intestata a cittadini stranieri e dove altri ti farebbero andare via, questi operatori ti fanno sedere”.
“Dall'esame dei tabulati – aggiunge il procuratore – abbiamo accertato che il giorno prima D’Acunto aveva ricevuto due chiamate senza risposta da queste schede. La donna aveva due numeri telefonici, uno lo ha comunicato quando è andata a fare la denuncia di scomparsa delle figlie, un altro lo abbiamo scoperto noi, ed è stato spento nel giorno della sparizione delle ragazze”.
A condurre gli investigatori a Formia è stata la videochiamata effettuata con uno di questi numeri: “Non conoscevamo il contenuto, sapevamo solo che a una certa ora era iniziata una videochiamata con un altro numero. Da lì abbiamo identificato queste schede, ma sono accertamenti che non verranno mai divulgati. Perché se io dico come ho fatto, i buoni apprezzano e i cattivi imparano”.