Ci risiamo. Cambiano i protagonisti ma il cuore del gioco politico è sempre lo stesso: una propaganda che vorrebbe apparire densa e che invece rimane agganciata agli interessi che hanno già creato danni incalcolabili (e chissà se qualcuno prima o poi ne pagherà le responsabilità) e una vittimizzazione che intravede non ben precisate “punizioni” e che inverte i numeri per mero calcolo di narrazione. Se n’è andato Gallera, è arrivata la compita Moratti ma il gioco di Regione Lombardia è sempre quello di inscenare ogni giorno un duello con il governo “sporco e cattivo” che brigherebbe di continuo sotto banco per mettere in difficoltà i lombardi e per perseguire chissà quale oscuro interesse. Non c’è mai un alito di autocritica, non c’è mai una discussione responsabile e serena sui temi, non c’è mai un minimo di accortezza e di igiene nell’uso delle parole. Così la Lombardia in zona rossa è diventata (ancora una volta) per Fontana e compagnia cantante una “punizione” del governo o addirittura “una decisione ingiustificata dai numeri” nonostante quegli stessi parametri siano da sempre condivisi con i presidenti di regione, Fontana incluso.

Si grida allo scandalo, l’assessore leghista Guidesi parla di una decisione “assurda da parte del Governo che avrà conseguenze drammatiche”, Letizia Moratti chiede di “sospendere la decisione” (a questo punto, allora basterebbe chiedere di sospendere il virus…) e Salvini come al solito la butta in caciara parlando di “buonsenso” (panacea populista di tutti i mali, senza mai prendersi la briga di formulare proposte). Addirittura il presidente Fontana si lancia in una crociata paternalista dicendo che “i cittadini si sono comportati tutti bene” come se non gli fosse chiaro che la malagestione della pandemia ha molti padri che non sono sicuramente i cittadini. Non manca ovviamente Confindustria che insiste sull’aprire tutto e fottersene della salute pubblica.

Come stanno davvero le cose in Lombardia?

Eppure basterebbe sfogliare i giornali di qualche giorno fa per ritrovarci dentro proprio il presidente Fontana che annuncia l’arrivo della zona rossa sulla base dei numeri regionali, l’ha ripetuto per giorni e ora se n’è stranamente dimenticato. Eppure è lo stesso Fontana che aveva deciso (poi smentito dal Tar) di prorogare la chiusura delle scuole fino al 24 gennaio evidentemente perché consapevole del rischio e dei numeri. Allora come stanno le cose in Lombardia? Quale curiosa alchimia dei numeri inviterebbe la Giunta lombarda a chiudere le scuole ma a tenere aperte le fabbriche? Quale algoritmo hanno in mano il presidente Fontana e l’assessora Moratti per dirci che “i cittadini si sono comportati bene” eppure i contagi non rallentano? E se proprio volessimo ampliare il discorso c’è qualcuno dalle parti di Regione Lombardia che potrebbe spiegarci perché la regione continui a essere la locomotiva del contagio? Per mesi ci hanno detto che erano stati colti impreparati, benissimo, e ora?

C’è poi un altro punto, piuttosto nascosto ma comunque importante: in un momento storico in cui la credibilità della politica e della scienza diventano fondamentali per uscire dalla pandemia quanto sono dannose queste baruffe che lasciano intendere che tutte le decisioni vengano affidate al caso? Quanto pesa il vittimismo di Fontana nel sovraccaricare gli istinti dei cittadini già esasperati che faticano a orientarsi? Se poi volessimo rimanere sulle regole e sulle leggi allora Fontana potrebbe anche scoprire di avere facoltà, in quanto presidente di Regione, di allentare le restrizioni in zone con numeri più rassicuranti. È quello che ha provato a chiedere sommessamente il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. Fontana gli ha risposto invitandolo a contattare “quelli della sua parte politica”. Sempre per rimanere superficiale e populista e intanto fare la vittima. Ma la vera “punizione” per i lombardi è assistere a un dibattito del genere.