Un’educatrice a Milano: “Guadagno 1500 euro e vivo in una casa popolare, usufruisco del Welfare per cui lavoro”
"La mia storia inizia con una laurea, una laurea L19 conseguita nel 2007. Iniziamo male, con una laurea che all'epoca nasceva come triennale che metteva "insieme" la pedagogia dei 4 anni e ti laureava come educatore professionale, essendo venuto a mancare il corso regionale. Peccato che pochi anni dopo, gli "accademici" abbiano ben pensato di far nascere un altro educatore professionale con il corso SNT2″: a scrivere a Fanpage.it è Beatrice (nome di fantasia), educatrice che vive a Milano e che ha raccontato le difficoltà della sua professione e di vivere con lo stipendio previsto per chi svolge il suo lavoro. Essenziale, fondamentale e necessario per tutti coloro che affrontano difficoltà e che necessitano di supporto.
Contattata dalla redazione, ha spiegato che nel 2007 si è laureata in Scienze dell'Educazione e della Formazione, che abilita alla professione di Educatore Professionale Socio-Pedagogico. Qualche anno più tardi è nato il corso SNT2 (Professioni sanitarie della riabilitazione), che invece abilita alla professione di Educatore Professionale Socio-Sanitario. Il conseguimento di questo titolo permette poi l'iscrizione all'albo degli educatori professionali sanitari, a differenza della laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione.
"È stato fatto un pasticcio a livello burocratico. Inizialmente c'era un corso regionale, che non era una laurea, che ti consentiva di accedere alla professione di educatore professionale. Dopodiché è stato necessario iscriversi al corso di laurea di Scienze dell'Educazione e della Formazione. Poi è nato il corso di Professioni sanitarie della riabilitazione", ha spiegato.
Dopo la laurea, Beatrice inizia a lavorare in un'Asst pubblica di Milano, nella sfera psichiatrica: non è dipendente diretta dell'Azienda sanitaria, ma di una cooperativa. Il lavoro le piace molto. Nel 2018 nasce l'albo per gli educatori professionali sanitari. Non avendo il titolo che l'abilita alla professione di educatore professionale socio-sanitario perché – ricordiamolo – il corso di laurea è nato più tardi, è costretta a iscriversi nella lista speciale. Lo può fare solo perché ha più di tre anni (tempo minimo previsto) di professione alle spalle maturati nei dieci anni precedenti l'entrata in vigore della legge.
"L'istituzione dell'albo nasce da una volontà di fare ordine, che è apprezzabile. Ma non è possibile fare ordine facendo scelte bizzarre, tanto più se io lavoro già in un servizio pubblico. Mi sono chiesta perché una lista speciale? Perché non è stato possibile riconoscere l'equipollenza del titolo come accade per altre professioni. Soprattutto considerato il fatto che il corso di laurea in Professioni sanitarie della riabilitazione, quando mi sono laureata, non esisteva".
"Nel frattempo hanno reso obbligatori i corsi Ecm. Sono per la formazione, ma questi corsi hanno un costo".
Superato questo ostacolo, ne sorge un altro. Beatrice non potrà mai essere assunta direttamente dall'Asst per il ruolo di educatore professionale socio-sanitario. La sua laurea consente l'accesso ai concorsi per gli asili nido, comunità, centri diurni e tutti i servizi comunali e socio assistenziali simili. Non è però sufficiente per i ruoli strettamente sanitari, per i quali serve la laurea in Professioni sanitarie della riabilitazione.
Per il momento, quindi, continua a lavorare per l'Asst tramite cooperativa. Una situazione precaria, considerato che dal 2024 è stato imposto alle Asst di attingere dalle graduatorie pubbliche e ridurre o terminare gli appalti esterni. Nella speranza che la sua situazione non vari, Beatrice prosegue a tempo pieno con uno stipendio di circa 1.500 euro. "Dopo venti anni di servizio. Ho un figlio e sono una madre single. Uno sport, almeno, i bimbi devono farlo. Per carità, avendo un Isee basso, questo genere di attività hanno costi inferiori. C'è però la frustrazione di svolgere un lavoro servizio, dove serve un'iscrizione all'albo, e guadagnare questo tipo di stipendio".
"Con una cifra simile, che tenore di vita puoi avere? Non potevo acquistare casa e non potevo andare fuori Milano perché tra lavoro e gestione del figlio sarebbe stato un casino. Oltre al fatto che sono nata e cresciuta a Milano e mi chiedo perché la mia città debba respingermi. Ho pensato quindi di poter fare domanda, ma non pensavo di riuscire ad avere un'assegnazione. E invece l'ho ottenuto. Per potervi accedere, però, ci sono ovviamente delle graduatorie. Dalla domanda all'ottenimento, passa del tempo durante il quale ho dovuto pagare un affitto di un monolocale. Facevo tre lavori perché dovevo tirare fuori 750 euro. E volevo rimanere a Milano, per stare vicino ai miei genitori. Alla fine ho ottenuto l'alloggio popolare".
Beatrice ha dovuto usufruire dello stesso Welfare, per cui presta servizio: "Ho dovuto fare un lavoro di accettazione perché mi sono chiesta se fosse giusto che io lavorassi in questo ambito, ma che guadagnassi così poco da doversi pure vivere in mezzo. Poi, mi preme dire che non è tutto orribile come evidenziato spesso dalla narrazione che ruota attorno ad Aler. Ci sono situazioni di disagio, per carità. Nel mio caso, però ho trovato un appartamento in ordine, con i sanitari a posto".
A ogni modo, Beatrice – se potesse tornare indietro – non sceglierebbe un'altra professione: "È fondamentale ed è bello svolgere questo lavoro. È il sistema che non lo rende tale. L'educatore in una comunità psichiatrica è fondamentale. Lo psichiatra parla con il paziente, ma l'educatore ha un po' il ruolo di tradurre, di spiegare come fare nel pratico le cose. Lavora più sul quotidiano. Io, personalmente, seguo i pazienti che si approcciano al lavoro. Quindi li aiuto a riprendere in mano le competenze. Se dovessi però parlare alla me nel 2007, le direi che non è cambiato nulla da allora. I servizi sono rimasti identici, gli stipendi sono rimasti uguali. Ho passato anni in struttura a lavorare il giorno di Natale. E mi sono spesso chiesta: "Ma a 1400 euro?". È vero però che in vent'anni non sono mai riuscita a cambiare lavoro perché, alla fine, mi piace e penso che sia utile alla comunità. Mi chiedo perché devo essere io a cambiare lavoro e non possono cambiare le condizioni".