Pamela Genini, i poliziotti testimoni del femminicidio: “L’abbiamo sentita gridare aiuto”

"Aiuto, mi sta accoltellando". Queste le parole di Pamela Genini, urlate la sera del 14 ottobre scorso e sentite dagli agenti delle volanti che stavano arrivando in via Iglesias a Milano, nell'appartamento in cui Gianluca Soncin, oggi a processo, stava commettendo il delitto. Oggi davanti alla Corte d’Assise di Milano si è tenuta la seconda udienza durante la quale sono stati chiamati a testimoniare gli agenti intervenuti in quella tragica serata e quelli che hanno svolto le indagini sul caso.
Il racconto degli agenti sugli ultimi attimi di vita di Pamela Genini
I poliziotti hanno raccontato gli ultimi attimi di vita di Genini e il loro arrivo nell'appartamento di via Iglesia nel quale, secondo le indagini, Soncin si sarebbe introdotto utilizzando la copia delle chiavi fatta fare la settimana prima. Secondo quanto ricostruito, una volta entrato, avrebbe trovato Genini mentre cucinava. A chiamare i soccorsi è stato l'ex compagno della donna, Francesco Dolce, oggi indagato per la profanazione della tomba di Genini. È a lui che la ventottenne aveva inviato un messaggio dicendo di aver scoperto che Soncin aveva il doppione della chiavi, di avere paura. E di chiamare la polizia.
Durante la deposizione gli agenti intervenuti si sono commossi, ripensando al terribile femminicidio. Non appena arrivati allo stabile, gli agenti hanno citofonato all'appartamento. A rispondere, secondo quanto raccontato in aula, sarebbe stata proprio lei: "Glovo, secondo piano", ha detto. Ha provato a fingere che si trattasse della cena a domicilio per salvarsi. Ma gli agenti, arrivati davanti alla porta, non sono riusciti ad entrare. Hanno sentite le urla, definite dai poliziotti stessi "strazianti" della ventottenne, poi il trambusto. Infine, il silenzio.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Soncin l'avrebbe colpita in terrazza, ma sarebbe riuscita a scappare e a uscire fuori di casa, raggiungendo il pianerottolo. Una volta fuori sarebbe stata raggiunta nuovamente da Soncin, che l'avrebbe trascinata di nuovo nell'appartamento.
Il tentativo di sfondare la porta: "Abbiamo intimato di aprire più di 20 volte"
A quel punto, come spiegato dagli agenti chiamati a testimoniare, sono scattati i tentativi per entrare nell'appartamento. Il primo non è andato come sperato perché Soncin avrebbe fatto resistenza. Secondo quanto raccontato da uno dei poliziotti, però, chiudendo la porta con il chiavistello avrebbe lasciato uno spiraglio tramite il quale uno degli agenti sarebbe riuscito a vedere il corpo della giovane e l'uomo in piedi. A quel punto ha provato di nuovo ad aprire, stavolta con più forza, prendendo a calci la porta dell'appartamento.
"Gli abbiamo intimato di aprire più di 20 volte", fino a quando non è riuscito a far saltare il catenaccio per entrare in casa. Nel momento in cui ha raccontato del ritrovamento del corpo, si è commosso.
La versione della difesa: "Porta chiusa solo per rimuovere il chiavistello"
Sul dettaglio della porta dell'appartamento, c'è stato un botta e risposta con la difesa. Secondo l'avvocato Pietro Sartori, che assiste con l'avvocata Simona Luceri Gianluca Soncin, il loro assistito non avrebbe opposto resistenza. Avrebbe chiuso la porta, invece, al solo scopo di rimuovere il chiavistello. Su questo si continuerà a dibattere, usufruendo, oltre che delle testimonianze, anche di alcune foto scattate dal poliziotto, nel corso delle prossime udienze, a partire da quella prevista il 5 ottobre.