Omicidio Giulia Tramontano, nell’Appello bis riconosciuta la premeditazione nella condanna a Impagnatiello
Non c'era solo crudeltà nell'omicidio di Giulia Tramontano, ma anche premeditazione. È quanto emerge dalla sentenza del processo d'Appello bis pronunciata questa mattina, lunedì 26 ottobre, dalla Corte di Milano nei confronti di Alessandro Impagnatiello, che il 27 maggio 2023 uccise la compagna incinta al settimo mese di gravidanza con 37 coltellate nella loro abitazione a Senago (nella Città Metropolitana di Milano). L'ex barman 33enne era già stato condannato all'ergastolo a giugno 2025, ma in quell'occasione i giudici decisero di non riconoscere la premeditazione. La Procura generale aveva presentato ricorso, poi accolto dalla Corte di Cassazione. "È importante riconoscerla per mettere a posto le cose e dare il giusto nome", ha ribadito in aula la sostituta procuratrice generale Maria Pia Gualtieri, "ci sono azioni che non possono essere dimenticate, ma sono espressione della massima intensità del dolo". Per l'avvocata Giulia Geradini, che difende Impagnatiello, "la problematica non era liberarsi della compagna, ma la presenza del feto", e l'omicidio della compagna sarebbe stato frutto di una condotta "estemporanea e approssimativa".

L'omicidio di Giulia Tramontano e il ruolo del topicida
Stando a quanto ricostruito nel corso del processo, Impagnatiello aveva cominciato a somministrare un veleno topicida e ammoniaca alla fidanzata a partire da dicembre 2022 e fino a pochi giorni prima dell'omicidio di maggio 2023. Le ricerche online erano iniziate il 12 dicembre 2022, ma secondo la difesa dell'ex barman le dosi somministrate "non erano sufficienti a cagionare la morte" della 29enne. "La problematica era la presenza del feto, non liberarsi della compagna", ha detto l'avvocata Geradini, che comunque ha sottolineato che questo non riduce "la responsabilità dell'imputato per l'omicidio".
La situazione è degenerata definitivamente nel pomeriggio del 27 maggio 2023, quando Tramontano era riuscita a smascherare Impagnatiello dopo aver parlato con la collega con la quale il barman aveva una relazione parallela. A quel punto, prima che tornasse a casa, il 33enne aveva cercato online "ceramica bruciata vasca da bagno" poiché avrebbe già avuto l'intenzione di bruciare il corpo della donna e, secondo la procuratrice generale, avrebbe preparato l'appartamento per l'aggressione. "Ha avuto tutto il tempo per ritornare sulla sua decisione, ma non lo ha fatto", ha dichiarato la pg Gualtieri, "ha voluto determinare la morte di Giulia per continuare la sua relazione con l'altra donna".
A sostegno della ricostruzione del delitto "approssimativo ed estemporaneo", l'avvocata Geradini ha invece sottolineato che Impagnatiello "acquistò la benzina dopo l'omicidio, spostò più volte il corpo e lasciò il topicida nello zaino che continuava a utilizzare, contribuendo così al suo ritrovamento da parte degli investigatori". La richiesta della legale rivolta alla Corte era, dunque, quella di "attenersi alle risultanze probatorie, senza giungere a conclusioni sulla base di illazioni e congetture".

Il procedimento giudiziario fino al riconoscimento della premeditazione
A novembre 2024 la Corte d'Assise di Milano aveva condannato Impagnatiello all'ergastolo per l'omicidio volontario di Tramontano aggravato dal rapporto di convivenza, della crudeltà e della premeditazione. La difesa dell'ex barman aveva presentato ricorso in Appello chiedendo la rimozione delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione, sostenendo appunto la "condotta grossolana" del loro assistito. A giugno 2025, invece, la Corte d'Appello ha confermato l'ergastolo per Impagnatiello, senza però riconoscere la premeditazione. I giudici avevano accolto la ricostruzione della difesa, sostenendo che l'unico scopo della somministrazione del topicida era causare un aborto spontaneo a Tramontano, con il figlio che per il 33enne era identificato "come un problema per la sua carriera, per la sua vita".
La Procura generale, però, aveva deciso di presentare ricorso in Cassazione contro il mancato riconoscimento della premeditazione. Per l'accusa, Impagnatiello avrebbe agito con il veleno "anche a costo di ledere la salute e l'integrità fisica della madre". Così, la Suprema Corte ha accolto il ricorso chiedendo appunto un approfondimento sulla somministrazione del topicida. "Impagnatiello non ha avuto pietà di Giulia né quando era in vita né dopo la sua morte", ha dichiarato l'avvocato Nicodemo Gentile, legale della famiglia Tramontano costituita parte civile. "Deve marcire in galera", ha affermato invece Chiara Tramontano, sorella di Giulia, "oggi è entrato a testa alta, pieno del suo stesso ego e si è messo in prima fila. Mi fa rabbia: è un soggetto inumano e ridicolo, lui e la sua famiglia sono l'esempio del fallimento sociale. Trovo beffardo e assolutamente spregevole dover entrare in un'aula di Tribunale e trovarmi di spalle l'uomo che ha ucciso mia sorella e mio nipote".
