La mamma di Carlo Acutis: “Continua a fare miracoli, abbiamo tante segnalazioni, sbalordita anch’io”
"Perdere un figlio penso che sia il dolore più grande che un genitore possa provare. Lo so che la morte di Carlo è avvenuta per volontà di Dio, ma per me accettarla è stata molto dura. Ora siamo chiamati a fare cose più grandi di noi, a portare la sua testimonianza di vita in giro per il mondo". A parlare a Fanpage.it è Antonia Salzano, ovvero la madre di Carlo Acutis, il ragazzo morto a 15 anni e diventato il primo santo millennial. Sono passati 20 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 12 ottobre 2006 (oggi San Carlo Acutis), e la sua vita è stata raccontata nel docufilm che sarà proiettato al cinema per una settimana a partire da oggi, 15 ottobre, dal titolo Carlo Acutis. Il giovane santo. La madre, Antonia Salzano, ha raccontato di come Carlo sia conosciuto ormai in tutto il mondo, di persone che affidano a lui le loro preghiere e le loro speranze, e di come suo figlio possa essere un esempio positivo anche per le persone non credenti: "Era un po' un grillo parlante, una voce fuori dal coro che ci richiamava a valori che a volte tendiamo a perdere. Ha fatto del bene e magari qualcuno farà lo stesso cercando di imitarlo".
Tra ricorrenze e film, queste sono giornate abbastanza intense direi. Come si sente?
Diciamo che Carlo ci dà del lavoro da fare. Proviamo una grande responsabilità, perché siamo chiamati a fare cose più grandi di noi e Carlo ha devoti in tutto il mondo. Ma soprattutto è un modello per tanti giovani, sta facendo tanto bene, quindi anche noi siamo chiamati a collaborare a quest'opera di Dio e ci mettiamo a disposizione, anche se non abbiamo nulla di speciale. Ci impegna tanto, certo, in pratica ho un doppio lavoro ma siamo contenti. Mi invitano spesso a parlare in giro, a portare la testimonianza di com'era Carlo. Anche adesso devo partire per la Francia, poi vado in Germania e in Austria.
Di cosa parla quando viene invitata a questi incontri, anche all'estero?
Cerco sempre di incoraggiare i ragazzi. Come diceva Carlo, il Signore ha un progetto speciale per ognuno, non siamo fotocopie, ma questo progetto deve venire fuori. Anche se spesso sono gli stessi adulti che non li aiutano: delegano educazione e responsabilità ai cellulari, alla televisione, e poi ci sorprendiamo del calo di apprendimento o della violenza. Dobbiamo educare i nostri figli, ma anche tutelarli. Insomma, i genitori devono fare il proprio lavoro. Oggi, però, non hanno tempo da dedicare nemmeno ai loro figli, c'è troppo pressappochismo.
Mi sembra quindi di capire che l'obiettivo non è tanto parlare di Carlo in senso religioso, quanto piuttosto del suo lato più materiale.
L'essere umano tende a imitare, a prescindere dalla fede di ciascuno. È chiaro che se si sente parlare solo di ragazzini che girano con i coltelli o di situazioni di bullismo, poi si tende a imitare gli esempi negativi. Credo sia un bene che ci siano anche buone notizie, esempi positivi. Sono contenta se si parla di Carlo perché diamo input positivi, portiamo la testimonianza di chi ha vissuto diversamente. Aveva certamente una grande fede, era molto cattolico. Credo che avesse una vocazione sacerdotale. L'anno in cui morì mi chiese cosa ne pensavo se si fosse fatto sacerdote e già a 11 anni era aiuto catechista, quindi presumo che fosse quella la strada che voleva intraprendere. Ma a prescindere da tutto questo, Carlo veicolava valori di volontariato, aiutava i poveri, gli anziani, i clochard, usava i mezzi di comunicazione per il bene.
Noi non lo abbiamo mai ostacolato, cosa che invece tanti genitori oggi fanno. Ho conosciuto una ragazza che mi ha raccontato che i suoi genitori la volevano far internare in un ospedale psichiatrico perché non volevano che facesse la suora. Sono casi estremi, ma ce ne sono tanti. Anche per mio padre sarebbe stata una tragedia se mi fossi fatta suora. Mio marito ed io, invece, abbiamo lasciato la libertà a Carlo di seguire il suo desiderio, anche perché voleva fare cose buone, aiutare il prossimo. Fare del bene ripaga sempre.
Cosa si prova a essere madre di un ragazzo diventato santo? Perché qui la questione non è solo la canonizzazione di Carlo. C'è anche la storia di una famiglia, di una donna che ha perso il proprio figlio quando aveva solo 15 anni. Come avete vissuto la scoperta della malattia e la sua morte?
È stata una bella prova. Per me è stata una volontà di Dio molto dura da accettare. Ho fatto un cammino di fede, so che la vita e la morte sono sotto di Lui e che quindi se ha permesso tutto questo deve esserci un motivo. Perdere un figlio penso che sia il dolore più grande che un genitore possa provare, però abbiamo accettato la morte di Carlo con fede. Subito dopo hanno iniziato a succedere cose belle. Il primo miracolo è avvenuto il giorno del funerale, quando una signora con il cancro che doveva iniziare la chemioterapia ha pregato Carlo e il cancro è sparito. È chiaro che c'era una volontà superiore dietro a tutto questo.
A proposito di miracoli, nel docufilm è presente anche la testimonianza di Valeria Vargas Valverde, colei che nel 2022 ha ricevuto quello che la Chiesa ha riconosciuto come il secondo miracolo di Carlo e che gli ha aperto le porte alla canonizzazione. Avete avuto modo di parlare con lei?
Certo, l'abbiamo conosciuta. Ma il suo è solo uno delle centinaia di miracoli di Carlo. La Chiesa per la benedizione ha scelto quello di Matheus, il bambino brasiliano, mentre per la canonizzazione quello di Valeria. È chiaro che la Chiesa non può analizzarli tutti, perché per il riconoscimento di ogni miracolo si deve riunire una commissione di 15 medici, tra cui anche esterni esperti del settore in questione e atei. Se arrivano alla conclusione che umanamente e scientificamente una guarigione improvvisa non è spiegabile, allora viene riconosciuto come miracolo.
Quindi sta dicendo che Carlo continua a fare miracoli?
Noi riceviamo continuamente racconti e documentazioni. Per esempio, una signora che era ricoverata in Terapia intensiva a New York ha raccontato di aver visto Carlo entrare, porgerle le mani e poi è guarita. Succedono cose incredibili, pure io mi sorprendo. Abbiamo un archivio con tutte queste cose e ne possiamo parlare solo vagamente per via della privacy, ma sono segnali del fatto che Dio sta facendo grandi cose attraverso Carlo.
Guardando proprio i miracoli riconosciuti dalla Chiesa, appare chiaro che Carlo sia conosciuto in tutto il mondo. Lei stessa ha raccontato di essersi riavvicinata alla fede grazie a suo figlio. Come si spiega questa sua fama così rapida?
La mostra dei miracoli eucaristici ideata da Carlo ha iniziato a girare già nel 2005, prima che morisse. Ad oggi è stata ospitata già in più di 18mila parrocchie negli Stati Uniti e Carlo è stato scelto come testimonial della conferenza episcopale americana del revival eucaristico. La mostra, però, gira anche in Cina, in India, in Africa, in Australia, in Indonesia, poi in tutta Europa e, appunto, in Brasile. Il nostro compito è accompagnare Carlo in tutto questo.
Poi certo, i primi frutti li ha avuti in famiglia. Io, mio marito, mia madre ci siamo riavvicinati alla fede. Ha cambiato la vita anche a Rajesh Mohur, il ragazzo indiano che lavorava come collaboratore domestico in casa nostra. Carlo era un testimone autentico e ora è uno strumento di Dio. Succedono cose che per chi non crede sono impossibili da spiegare.
Percepisce ancora la presenza di Carlo nella sua vita?
Carlo ha sempre dato tanti segnali, sin da quando è morto. Li dà a noi genitori e ai fratelli, ma anche alle persone che lo hanno conosciuto in vita e a chi non lo ha mai incontrato ma lo prega. L'altro giorno mia figlia doveva fare un esame in inglese molto difficile e aveva un carico di studio enorme. Ha pregato Carlo affinché almeno la professoressa di storia non la interrogasse perché non aveva tempo di studiare un'altra materia. Bene, quel giorno la professoressa di storia non è andata al lavoro, aveva l'influenza. Sarà stato un caso? Non lo sappiamo, ma intanto l'interrogazione non l'ha fatta. È capitata una cosa simile con l'altro mio figlio, era preoccupato per un'interrogazione e quel professore non si è presentato in classe perché aveva un impegno. Non so se è casuale, io dico che il loro fratello li sta viziando un po' troppo. Sono piccoli segni, è chiaro, ma lui è sempre presente.
Il corpo di Carlo ora è custodito ad Assisi. Aveva un legame speciale con questa città?
Carlo era molto devoto a San Francesco, tanto che abbiamo comprato una casa ad Assisi proprio per lui. Era affascinato da San Francesco, dalla sua vita, dalla sua umiltà, per la devozione eucaristica che aveva. Carlo era un ragazzo molto essenziale, per lui un paio di scarpe era sufficiente e i soldi per il secondo paio li usava per aiutare i poveri. Per la società di oggi poteva risultare anche un po' pesante, ma ti faceva riflettere. Siamo abituati a essere egoisti, mentre lui ti faceva pensare a quante spese inutili facciamo ogni giorno. Viveva a Milano, una città abituata allo spreco, che idolatra i soldi, il successo e il potere. Carlo era un po' un grillo parlante, una voce fuori dal coro che ci richiamava a valori che a volte tendiamo a perdere. Carlo aveva tanti valori che possono essere condivisi anche dai non credenti. È stato un ragazzo che ha fatto del bene e magari qualcuno farà lo stesso cercando di imitarlo.