Nella sola Lombardia in appena due giorni si sono registrati due incidenti mortali sul lavoro. Un triste record che porta alla ribalta un tema importante, ma spesso trascurato: la sicurezza sui luoghi di lavoro. Una questione non solo lombarda, ma nazionale e che nel 2020 ha fatto registrare – secondo le stime dell'Inail – 554.340 infortuni, di cui 1.271 con esito mortale. Numeri tragici soprattutto se paragonati a quelli dell'anno precedente quando le morti bianche si sono fermate a 1.089. Ancora più spaventosi, se si pensa che nell'anno 2021 – con molta probabilità – si registrerà un trend simile: da gennaio a marzo infatti, nella sola Lombardia, si sono già verificati 27 incidenti mortali.

"Ogni infortunio mortale è inaccettabile e una tragedia umana di dimensioni enormi per il lavoratore, i colleghi e i suoi cari. La battaglia per la Sicurezza nei luoghi di lavoro è una battaglia di civiltà", spiega a Fanpage.it Ivano Ventimiglia, funzionario del Dipartimento Ambiente sicurezza e salute della Cgil di Varese, che tra ieri e oggi ha incontrato i colleghi di Christian Martinelli, l'operaio di 47 anni morto in un'azienda di Busto Arsizio: "Quella dove si è verificato l'infortunio mortale di ieri è un'azienda seria, che ha sempre avuto grande attenzione per la sicurezza. A dimostrarlo sono i dati infortunistici. E se in una struttura come queste si verificano queste cose, immaginiamoci cosa accade in quelle aziende dove invece non c'è nessuna attenzione al tema".

La pandemia non ha migliorato le condizioni di sicurezza

E, sulla base dei dati, è evidente come la pandemia non abbia migliorato le condizioni: "Il covid – continua Ventimiglia – ha creato uno stato di allerta. Sono stati firmati diversi protocolli di prevenzione dimostrando che sul tema c'è la massima attenzione. Il resto però è rimasto come prima e considerati i numeri sembrerebbe quindi che si lavori meno, ma che ci si infortuni di più". Secondo Ventimiglia in Lombardia, in particolare, si pagano anni di politiche insufficienti: "Sono state stanziate poche risorse soprattutto per gli organismi di vigilanza che continuano a essere in numero ridotto e che hanno difficoltà a entrare nelle aziende".

Il numero elevato di morti e incidenti è anche da attribuire a un approccio culturale: "Molte aziende – prosegue il funzionario – continuano a pensare alla sicurezza come un costo e non come a un investimento. Non mi devo occupare solo di lavorare e produrre, ma di lavorare in sicurezza e poi anche produrre". Per superare questa fase c'è bisogno di maggiore partecipazione e attenzione: "Serve sia un impegno serio da parte delle Istituzioni, ma soprattutto che i riflettori rimangano sempre accessi sulla questione. Noi guardiamo ai numeri, ma ognuno di quei numeri è una persona che se ne va. È inoltre inaccettabile sentirsi dire, quando si verificano gli incidenti, che si è trattato di una disattenzione da parte del lavoratore. Perché è vero che si sbaglia, ma non ci si può rimettere la vita. E in questo caso bisogna chiedersi: quali procedure sono state effettuate in caso di errore umano? Quanta formazione è stata fatta? Le attrezzature rispettavano i principi di conformità?".