Una volontaria della onlus Ala assiste una sex worker
in foto: Una volontaria della onlus Ala assiste una sex worker

Clienti ridotti, guadagni più che dimezzati, nessuna tutela economica e sanitaria. La pandemia ha messo fortemente in crisi il mercato delle “sex worker”: persone già invisibili nella quotidianità prima della diffusione del Coronavirus, e che lo sono ancora di più oggi, come ha cercato di documentare Fanpage.it con una sua inchiesta. Col Covid il giro d’affari è diminuito. Giovanissimi e anziani temono il contagio e hanno smesso di presentarsi. Resiste la "clientela affezionata", quella compresa tra i 30 e i 50 anni. Per le lavoratrici della strada il lockdown della primavera scorsa ha rappresentato un dramma. Tra irregolari e richiedenti asilo, in tante si sono ritrovate sole, senza tutele. “Molte di queste persone hanno chiesto aiuti alimentari e si sono trovate in grosse difficoltà anche con i pagamenti degli affitti – spiega a Fanpage.it Vincenzo Cristiano, presidente dell’associazione milanese Ala Onlus – Superfluo sottolineare che questa attività preclude un contatto fisico molto diretto e quindi con altissimo rischio di contagio. Non includere la categoria delle operatrici del sesso nel piano vaccinale anti Covid è un errore in termini di salute pubblica”.

Operatori del sesso a Milano: i dati

Stavolta, per la prima volta, anche il mestiere più antico del mondo accusa la crisi. Il Coronavirus non ha risparmiato neppure l'universo della prostituzione che pareva invincibile. “Il fenomeno della prostituzione è complesso e articolato – spiegano dall’associazione milanese – Basti pensare alle tariffe delle sex worker che vanno dai 20 ai mille euro. La prostituzione su strada è una minima parte di questo fenomeno. A Milano ci sono circa 500, 600 persone che quotidianamente si prostituiscono su strada. Ipotizziamo, però, che gli operatori del sesso in questa metropoli siano circa 3/4 mila e sono persone che operano in appartamento, in centri massaggi, online o in hotel. La crisi per questo settore è stata trasversale. Queste persone, operando in un ambito non riconosciuto, non hanno accesso ad ammortizzatori sociali, sostegni o bonus”.

Pacchi alimentari e aiuti economici

Si sono gradualmente diffusi la paura del contagio e l’impoverimento e così le prostitute, soprattutto quelle che operano su strada, hanno dovuto superare questo timore per potersi permettere vitto e alloggio. “Molte delle ragazze che noi seguiamo, per lo più transessuali – continua Cristiano di Ala Onlus -, hanno comunque continuato a prostituirsi. Il primo lockdown di marzo, l’unico vero lockdown da quando la pandemia ha avuto inizio nel nostro Paese, le ha spinte a prostituirsi in casa. I clienti si sono notevolmente ridotti, ma molti di loro hanno sviluppato una sorta di dipendenza dai servizi offerti da queste persone e, quindi, hanno continuato a cercarle tramite cellulare". Così gli incontri avvenivano all’interno degli appartamenti di questa ragazze. Le ragazze trans dedite alla prostituzione a Milano sono per lo più sudamericane, provenienti dal Brasile e dal Perù. "Molte di loro hanno ancora difficoltà con la lingua e una bassa scolarizzazione in generale. Ci siamo, quindi, attivati immediatamente per veicolare loro tutte le informazioni legate alla prevenzione del contagio. Non solo, abbiamo aiutato circa una cinquantina di loro anche con pacchi alimentari e piccoli aiuti economici”.

Il ritorno ai marciapiedi

Con la primavera inoltrata, quando le restrizioni legate ai rapporti sociali si sono allentate, le operatrici del sesso che operavano in strada hanno ripreso possesso dei marciapiedi. “Anche in zona rossa, le persone transessuali dedite alla prostituzione continuano a operare in strada rispettando le regole del coprifuoco. Noi le sosteniamo, da sempre, cercando di favorire loro l’accesso all’assistenza sanitaria e a controlli periodici. La quasi totalità opera come sex worker per libera scelta, non costrette quindi da figure legate alla criminalità organizzata. Spesso questa scelta è dettata dal fatto che, nonostante siano riuscite a ottenere la cittadinanza italiana, non riescono a trovare lavoro a causa di retaggi culturali legati alla loro transessualità (qui la storia di una di loro, Michelly, ndr). Quindi, per sopravvivere, si prostituiscono". Queste persone spinte da una forte necessità economica, accettano il rischio di ammalarsi e anche i loro clienti paiono indifferenti al pericolo di esporre loro stessi e le loro famiglie al virus.

Processi di trasparenza

A peggiorare ulteriormente la situazione dei lavoratori del sesso c’è il fatto che “in Italia la prostituzione non è una professione riconosciuta dallo Stato – conclude Cristiano – Nonostante queste persone siano un vero e proprio esercito e, nonostante, ci sia una domanda di prestazioni sessuali a pagamento importante, lo Stato italiano si ostina a non voler compiere un processo di riconoscimento nei confronti di questo lavoro. È come se queste persone fossero degli invisibili. Per la dignità di queste persone diventa invece prioritario attivare processi di trasparenza, che favorirebbero l’innalzamento di fattori di protezione per le persone dedite a questa professione, per i loro clienti e per tutte le persone care che ruotano intorno alla figura del cliente. Non solo, perché il riconoscimento della professione del sex worker accelererebbe anche il debellamento di situazioni sommerse quali la tratta delle schiave del sesso”.