Le date sono tutto, nell'inchiesta sul cosiddetto "caso camici" che coinvolge il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Perché è sulle date che si gioca la credibilità del governatore leghista, le cui dimissioni vengono nuovamente chieste a gran voce dall'opposizione che ne aveva già chiesto la sfiducia – poi respinta – a inizio settembre. Su una data in particolare si appiglia Fontana: il 12 maggio (o l'11, perché c'è una discrepanza tra le versioni di due personaggi coinvolti nella vicenda). È in quel momento che il presidente avrebbe scoperto che la Dama Spa, azienda del cognato Andrea Dini con una piccola partecipazione (10 per cento) della moglie del governatore, aveva ottenuto il 16 aprile una commessa da oltre mezzo milione di euro dalla centrale acquisti della Regione Lombardia, Aria, per la fornitura di 75mila camici e altro materiale medico per far fronte alla pandemia di coronavirus che, all'epoca, stava colpendo con particolare violenza la Lombardia. "Dei rapporti negoziali tra Dama e Aria non ho saputo fino al 12 maggio scorso", ha detto lo scorso 27 luglio Fontana "difendendosi" politicamente nell'aula del Consiglio regionale.

Vacilla l'ipotesi che Fontana abbia saputo dei rapporti tra Aria e Dama spa solo il 12 maggio

Ma adesso che l'inchiesta della procura di Milano che lo vede indagato assieme al cognato, all'ex direttore generale di Aria Filippo Bongiovanni e a un'altra dirigente della centrale acquisti regionale con l'accusa di frode in pubbliche forniture va avanti, e che emergono nuovi elementi finiti agli atti, l'ipotesi che Fontana sia venuto a conoscenza dei "rapporti negoziali" tra Aria e Dama Spa solo il 12 maggio vacilla. A farla vacillare sono soprattutto alcuni messaggi, inviati in date precedenti a quella indicata da Fontana. Due, in particolare, sembrano mettere nei guai il governatore leghista. Uno è quello con cui, il 16 aprile, Andrea Dini scrive a sua sorella Roberta, moglie di Fontana (e non indagata) dicendole: "Ordine camici arrivato. Ho preferito non scriverlo da Atti". Lei risponde: "Giusto bene così". Ma è possibile, si chiedono probabilmente i pm e anche i cittadini lombardi, che la moglie di Fontana non gli abbia detto niente della vicenda a casa, in privato, già la sera stessa, di fronte a un evidente problema di conflitto di interessi?

Il messaggio del 6 aprile: "È stato mio cognato il governatore Fontana a dirmi di contattarLa"

Il secondo messaggio, se vogliamo, sembra ancora più compromettente del primo. Lo invia, secondo quanto riferisce Luigi Ferrarella sul "Corriere della sera", il 6 aprile Andrea Dini a un imprenditore di un'azienda tessile, la Indutex, che avrebbe dovuto fornire il tessuto con cui confezionare i camici alla Dama spa. L'imprenditore ha appena scritto a Dini che non dispone più del tessuto e il cognato di Fontana gli risponde seccato: "Non capisco. È stato Cattaneo (Raffaele, assessore regionale all'Ambiente non indagato nella vicenda, ndr) e mio cognato il governatore Fontana a dirmi di contattarLa. Dirò che si sono sbagliati". Un messaggio che proverebbe ulteriormente il "diffuso coinvolgimento di Fontana in ordine alla vicenda relativa alle mascherine e ai camici accompagnato dalla parimenti evidente volontà di evitare di lasciare traccia del suo coinvolgimento mediante messaggi scritti", che è la motivazione con la quale la Procura di Milano ha richiesto ieri la consegna dei cellulari ad alcuni tra gli indagati e anche altre persone coinvolte nel "caso camici": tra loro proprio la moglie di Fontana, gli assessori regionali Cattaneo e Davide Caparini e Giulia Martinelli, capo della segreteria del presidente della Lombardia ed ex compagna del leader della Lega Matteo Salvini.

Nessuno tra i quattro è indagato, al contrario di Fontana che continua comunque a professarsi innocente e che avrebbe anche provato a "risarcire" di tasca sua il cognato dopo che l'ingente ordine è sfumato e – anche a seguito dell'interessamento della trasmissione d'inchiesta "Report" – è stato trasformato in donazione. Il suo cellulare era stato oggetto di un blitz da parte della Finanza l'altro ieri: non per il procedimento che lo vede indagato, ma per un'altra inchiesta condotta dalla procura di Pavia sull'accordo per i test sierologici tra la multinazionale Diasorin e il Policlinico San Matteo di Pavia. Una "perquisizione presso terzi" effettuata al mattino di mercoledì nell'abitazione di Fontana da cinque agenti di polizia giudiziaria, che non ha mancato di suscitare polemiche: "Alle 7 di mattina si arrestano le persone – ha detto polemicamente l'avvocato di Fontana, Jacopo Pensa – stiamo valutando se fare ricorso".