I dipendenti del bar di Arcore incatenati fuori dal locale per protesta
in foto: I dipendenti del bar di Arcore incatenati fuori dal locale per protesta

Tre dipendenti del locale "Il Cafferino" di Arcore, in provincia di Monza, si sono incatenati ieri 4 novembre fuori dal loro locale di via Manzoni in protesta al nuovo Dpcm che obbliga la chiusura ai bar da domani, venerdì 6 novembre. Sui loro volti ci sono sorrisi perché la loro resta una protesta pacifica, ma il timore è quello di non riuscire a superare economicamente un altro lockdown: "Ci siamo alzati con fatica dal primo stop dei mesi scorsi – fanno sapere a Fanpage.it dal bar -. Richiudere un'altra volta sarà ancora più difficile". Il giovane proprietario, supportato nel lavoro dalla madre e da altri quattro giovani dipendenti, spiega che "ritorneremo a riattivare il servizio d'asporto esattamente come prevedono le direttive governative e come avevamo già fatto durante la prima ondata". E poi conclude: "Protestiamo anche perché una nostra dipendente sta ancora aspettando la cassa integrazione di luglio". Oggi lo staff al completo ha organizzato un'altra protesta pacifica. Sui cartelli che hanno mostrato si legge: "Siamo al 50 per cento in meno del fatturato". "No lavoro, no dignità". "La fame è una morte lenta", e ancora: "Grazie per aver aspettato l'ora di cena per comunicarci il verdetto. Ci inchiniamo alla tua grazia di un giorno in più".

La nuova protesta di oggi 5 novembre al bar Il Caffettino di Arcore
in foto: La nuova protesta di oggi 5 novembre al bar Il Caffettino di Arcore

Tanti clienti hanno appoggiato la protesta del locale, aperto da maggio 2015 da una famiglia che è sempre stata impegnata nel mondo della ristorazione. Le foto stanno facendo il giro dei vari gruppo social del territorio. Sulla sua pagina Facebook un cliente fedelissimo ha scritto, immedesimandosi nei giovani dipendenti del locale: "Abbiamo speso soldi per misure di sicurezza? Sì. Abbiamo adottato ogni misura di distanziamento? Sì. Ci siamo presi cura del personale dei clienti? Sì. Ci siamo adeguati al primo Lockdown? Sì. Abbiamo perso i soldi? Sì. Il lavoro porta dignità non Covid". E ancora: "Oggi ci lasciano a casa distruggendo anni di lavoro e fatica. Purtroppo non siamo seduti su poltrone d’oro e una sola attività chiusa porta alla crisi finanziaria di tutti i dipendenti che cercano di lavorare per salvaguardare se stessi e sopratutto i propri figli. Le nostre parole non saranno ascoltate e le nostre mani sono legate".