Giuseppe Braiato ha 56 anni, vive a Castelguglielmo (RO) e gestisce un’azienda che si occupa di disinfestazioni ambientali. Giuseppe è l’ideatore di “Dopo di Michela”, un progetto nato nel settembre del 2017 che tocca il tema del “Dopo di noi”. Ha infatti messo a disposizione il patrimonio di famiglia per realizzare una fattoria sociale.

Michela si è ammalata di cancro, un evento traumatico che ti fa cadere nel baratro dell’irreversibile e la malattia diventa a tutti gli effetti di tutta la famiglia. Si susseguono un vortice di emozioni: rabbia, paura, impotenza, inadeguatezza, disperazione. Tutto viene stravolto, l’ansia e l’incertezza dell’inesorabile cambiamento prendono il sopravvento e tutto viene messo in discussione, come le certezze del quotidiano che con fatica e dedizione avevamo raggiunto nella gestione della nostra bambina.”

Dopo la prematura scomparsa della moglie dovuta alla lunga malattia, Giuseppe ha deciso di dare vita a questo progetto sociale pensando al futuro di sua figlia Margherita, di venti anni e con autismo, volendo garantirle un “domani” più roseo possibile.

“Tutto è nato da ‘La Domanda': chi si prenderà cura di mia figlia quando non ci sarò più? Io voglio garantire a lei e ad altri ragazzi qualità di vita e benessere. Attualmente, purtroppo, non ho trovato nessuna struttura valida a cui mi sento di affidare Margherita, così è seguita in parte da due assistenti private e da qualche mese trascorre alcuni pomeriggi a settimana in centro privato dove si relaziona e svolge alcune attività con altri ragazzi.”

Per questo la fattoria realizzata vuole essere un luogo di condivisione dove accogliere tanti ragazzi che, come Margherita, hanno il disturbo dello spettro autistico.

“Ho scelto il co-housing  perché vi è una condivisione totale, finalizzata a uno stile di vita totalmente comunitario come in una vera famiglia. Una fattoria sociale per promuovere l'inclusione socio-lavorativa dei nostri ragazzi, per mettere in pratica progetti e opportunità che valorizzino le potenzialità terapeutiche dell'agricoltura sociale e sviluppare attività alternative che possano avere valenza riabilitativa.”

Il co-housing, fonte di sostentamento, inclusione e dimora dei suoi inquilini, mette a disposizione 18,5 ettari (in origine appartenenti all’Azienda Agricola dei nonni), ma prossimamente sarà ampliato di altri 0,6 ettari di proprietà, mentre altri 12,5 verranno affittati. Una sfida importante che dovrà avvalersi anche del prezioso aiuto dei genitori dei ragazzi, garantendo così le cure e l’assistenza necessaria.

“La malattia ti obbliga a mettere in atto uno sforzo significativo di cambiamento. Ho dovuto accettare con grande sofferenza e rassegnazione che in futuro avrei dovuto percorrere una strada sempre in salita e senza poter più contare sul sostegno e l’amore di mia moglie. L’amore per mia figlia e il senso di responsabilità hanno fatto sì che concentrassi tutte le mie energie emotive per fronteggiare la nuova realtà.”

Sono rari luoghi su misura delle esigenze “particolari” di ognuno. È raro anche trovare personale specializzato per la cura della persona che sappia costruire un clima di integrazione familiare, per un benessere non solo economico ma anche psicofisico. Per questo la risposta delle famiglie sembra essere positiva, condividendo l’esigenza primaria.

“C’è molta curiosità da parte di alcuni genitori che desiderano garantire ai propri figli il diritto ad una vita dignitosa. Ma come tutte i progetti ambiziosi e coraggiosi occorre molta forza di volontà e determinazione, bisognerà offrire ed investire risorse e competenze a favore dei nostri ragazzi. Ad oggi devo ringraziare il Comune di Castelguglielmo e il gruppo di volontari ‘Gruppo Giovani di Bressane’ che mi hanno dato la possibilità di presentare e condividere il mio progetto.”

Gli chiedo cosa direbbe a un genitore che ha appena scoperto di avere un figlio autistico.

“La parola chiave è ‘accettazione’. Amare il bambino per quello che è, la differenza che lo rende unico. Devono attivarsi per ottenere una diagnosi precoce, perché ciò significa poter intervenire in modo tempestivo, quando ancora il cervello è dotato di estrema plasticità da potenziare le possibilità di apprendimento del bambino. Ritardare la diagnosi e quindi le terapie adeguate si ripercuote negativamente sull’apprendimento di future abilità e sulle possibilità di adattamento future dei ragazzi.”

C’è spazio, quindi, per i sogni. E allora, come ultima domanda, chiedo a Giuseppe quale sia il suo.

“Sogno semplicemente di realizzare insieme ad altri genitori il mio progetto ‘coraggioso’ di co-housing. Un progetto che riproduca le condizioni abitative ottimali, con percorsi che mirino allo sviluppo di competenze per favorire la loro autonomia e  una migliore gestione della vita  quotidiana. Ma soprattutto di impegnarci affinché ai nostri ragazzi vengano garantiti sicurezza, tutela e il calore e l’autenticità della casa familiare.”