
La morte di Margherita Villante è stata agghiacciante. Non ci possono essere mezzi termini per definire ciò che è accaduto quando lo scorso 27 febbraio la cronaca restituì il caso di questa donna di 74 anni che il 16 luglio 2026 era stata ricoverata in ospedale dopo l'aggressione subita dal Pitbull della vicina di casa nella frazione di Sant'Elia, all'Aquila. Villante è morta dopo aver lottato per sette mesi e dopo aver subito anche l’amputazione delle braccia.
Per l'accaduto, la persona di riferimento del cane è stata già condannata con rito abbreviato a un anno di reclusione per omicidio colposo e lesioni colpose, ma ora gli avvocati della parte lesa hanno chiesto, in sede civile, un risarcimento di 800 mila euro.
La storia processuale di questo caso seguirà il corso degli eventi, ovvero sarà nelle sedi opportune che gli avvocati delle parti faranno il loro lavoro per arrivare poi alla decisione di un giudice che stabilirà la cifra finale di un qualcosa di orribile che, ancora una volta, poteva essere decisamente evitato. Perché il punto che vogliamo analizzare non è, in questa sede, la quantificazione economica di una tragedia simile, ma parlare ancora una volta di quel confine che non c'è tra "proprietà responsabile" e incolumità pubblica.
Il caso del pitbull a L'Aquila già attenzionato in passato
Nel caso specifico, ma come spesso accade quando una persona viene ferita o addirittura uccisa da un cane, il Pitbull era stato già attenzionato dal servizio veterinario dell'Asl. Si erano infatti verificati altri episodi di aggressività da parte del cane nei confronti di esseri umani negli anni passati. Le prescrizioni che erano state date alla persona di riferimento riguardavano l'obbligo di museruola, il tenere il cane in spazi separati da estranei e di mettere un cancello di sicurezza per evitare fughe dell'animale.
Queste indicazioni, però, evidentemente non sono servite a nulla. Perché è su ciò che c'è dietro il comportamento dell'animale che dovremmo concentrarci e anche chi è preposto ai controlli dovrebbe farsi due domande da questo punto di vista. Abbiamo del resto già assistito ad altri casi di morti dovute al comportamento aggressivo di Terrier di tipo Bull o molossi o ancora cani da pastore e pure altre tipologie, eppure mai si parla concretamente di interventi che mirino alla rieducazione non solo dell'animale ma del sistema famiglia in cui è immerso.
La relazione al centro del comportamento dei cani
Perché non ci stancheremo mai di dirlo: non conta la razza, conta la relazione. E non deve essere o sembrare solo uno slogan, ma va una volta per tutte compreso fino in fondo il significato di questo passaggio: un cane non è frutto solo della sua genetica, che pure conta per carità, ma delle esperienze che fa, della sua singola personalità e del rapporto che ha instaurato con ogni singolo membro del suo nucleo familiare, persona di riferimento per prima.
Tutto questo per sottolineare di nuovo quello che abbiamo scritto spesso, anche in un articolo dedicato proprio alla potenziale pericolosità dei Terrier di tipo Bull, che non caso avevamo titolato: "C’è un solo modo per risolvere il problema delle aggressioni dei Pitbull (e non riguarda i Pitbull)": è ora che chiunque voglia vivere con un cane, che sia un Barboncino o un Dogo Argentino, abbia l‘obbligo di dimostrare di esserne capace.
In Italia si brancola ancora nel buio
In Italia però al posto di porre rimedio a questo fondamentale aspetto, continuiamo a impressionarci e a discutere se vengono chiesti 800 mila euro di risarcimento per la terribile fine di una donna morsa a morte da un cane o per sentenze come quella relativa alla morte di Paolo Pasqualini, a causa dell'aggressione di tre Rotweiller a Manziana, per cui la sentenza di primo grado ha invece previsto un risarcimento di 50 mila euro per i familiari.
Ci scandalizziamo se la cifra ci sembra troppo o troppo poca, dimenticandoci quasi della tragedia ma soprattutto dimenticandoci dei veri motivi per cui accade: la mancanza di consapevolezza da parte della persona nella conoscenza del proprio cane e anche della tutela di quest'ultimo che poi diventa il primo "colpevole" di azioni che vanno lette da un punto di vista etologico legato alla specie e all'individuo e non con l'occhio umano come se si giudicasse un nostro simile. Ciò avviene ripetutamente e costantemente, anche nella narrazione giornalistica di questi tragici eventi, già solo con il proliferare di sinonimi come "cane killer" o nel ghettizare sempre le stesse tipologie e razze che "sbranano" anche quando in realtà hanno morso, volendo essere precisi nella terminologia del comportamento messo in atto.
Intanto i comportamenti aggressivi continuano a verificarsi, le persone a morire o a essere gravemente ferite, altri cani a fare la stessa fine e tutto in nome di una legge che continua a mancare perché le proposte in Parlamento escono fuori come funghi quando si grida all'emergenza, ma poi finiscono nel dimenticatoio delle Commissioni e alcune, come la cosiddetta PLP4 della Regione Lombardia, è pure meglio che non veda mai la luce contenendo inesattezze e interessi di parte per l'ennesima proposta poi di creare liste di cani "potenzialmente pericolosi" che non servono a nulla, come anche la scienza ha dimostrato da tempo.
E' alla radice che bisogna andare piuttosto che continuare con dettati normativi, che non vedono nemmeno la luce, principalmente basati sulle pene e non sulla prevenzione (vedi del resto la cosiddetta "legge Brambilla" sul maltrattamento degli animali a proposito di aspetto punitivo e non preventivo). E' alla persona che bisogna arrivare, dunque, e l'unica strada ancora una volta ci sembra quella di mettere insieme diverse strategie per avere una società veramente consapevole della responsabilità che si assume prendendo un cane in famiglia.
E non è solo un legge che obblighi chiunque abbia un cane ad essere edotto delle caratteristiche etologiche della specie che serve, appunto. Oltre all'obbligo di frequentazione di un percorso di educazione di base prima dell'adozione o dell'acquisto, qualsiasi razza o meticcio si tratti, bisognerebbe pensare anche a incentivi e sostegni alle famiglie che adottano da canile, ad esempio, per favorire adozioni responsabili. Altro passaggio fondamentale sarebbe anche rivedere l'attuale normativa sugli allevamenti professionali al fine di garantire ulteriori tutele sulla salute psicofisica dei cani. Ancora e a proposito poi di allevamenti, ci vorrebbe un bello stop definitivo a quello non professionale di qualsiasi tipologia di cane: dalle cucciolate casalinghe ai venditori di animali che ne fanno business e un controllo serrato anche delle piattaforme online dove l'offerta, del resto, risponde a una domanda costante in cui le persone cercano cani come oggetti al prezzo più basso.
E per quanto riguarda la "black list", bene: dovrebbe essere rivolta alle persone e non agli animali, con un accesso a un data base di nomi e cognomi di persone sottoposte a procedimenti penali per maltrattamento e altre forme di mala gestione consentito alle forze dell'ordine ovviamente, ma soprattutto a operatori qualificati come responsabili di canili, associazioni e così via. Ultima ma non ultima in ordine di importanza, sarebbe ora che vi fossero campagne di sensibilizzazione da parte delle istituzioni: i soldi dei cittadini vanno spesi non solo per segregare i cani in canile e toglierli dalla nostra vista ma per creare consapevolezza.