
E' appena stato pubblicata l'edizione 2026 del Living Planet Report (LPR) del WWF che esce ogni due anni. Si tratta di un rapporto scientifico in cui il Fondo Mondiale per la Natura, in collaborazione con la Società zoologica di Londra (ZSL), analizza lo stato di salute della biodiversità e della natura a livello mondiale e per questa pubblicazione sono state 5.790 le specie monitorate.
Il dato più impattante che emerge è che in 52 anni si è registrato un calo del 73% nella dimensione media delle popolazioni di fauna selvatica monitorate nel periodo 1970-2022.La perdita e il degrado dell'habitat sono le minacce più frequentemente segnalate che colpiscono gli animali monitorati, seguite dallo sfruttamento eccessivo, dai cambiamenti climatici, dall'inquinamento, dalle specie invasive e dalle malattie. "Queste minacce, a loro volta – viene sottolineato nel rapporto – sono causate da fallimenti sistemici più ampi che interessano i sistemi alimentare, energetico e finanziario".

Il Living Planet Report 2026 è uno studio approfondito sulle tendenze della biodiversità globale e sullo stato di salute del pianeta. Giunto alla sua sedicesima edizione, il rapporto offre una panoramica basata su evidenze scientifiche della condizione del mondo naturale e include il Living Planet Index (LPI), che monitora l'andamento delle popolazioni di specie in tutto il mondo.
Il declino è stato più marcato in America Latina, con un -95%, e nelle popolazioni di acqua dolce, e un -85%, a dimostrazione dell'impatto della deforestazione e della deviazione, del prosciugamento e dell'inquinamento dei fiumi. Secondo i dati che sono emersi, la variazione percentuale complessiva è coerente con il rapporto precedente, confermando la portata della continua perdita di biodiversità.
Il rapporto, però, rileva che la natura può riprendersi più velocemente di quanto pensiamo ed evidenzia ad esempio la ripresa delle popolazioni di tigri, tonni rossi dell'Atlantico e del Pacifico, elefanti dell'Africa meridionale e tartarughe verdi, dimostrando che interventi di conservazione mirati possono portare a risultati concreti. Tuttavia, i cali registrati dall'LPI e da altri indicatori della biodiversità non possono essere invertiti dai soli sforzi di conservazione. "Trasformare i sistemi alimentare, energetico e finanziario non sarà facile – è scritto nel report – ma è un obiettivo raggiungibile creando le condizioni per innescare punti di svolta positivi. Ciò sarà possibile solo con il coinvolgimento dell'intera società e garantendo una transizione equa e inclusiva".

Il punto nodale è comunque quello di comprendere che la tutela della biodiversità passa non solo attraverso i progetti di conservazione delle specie. C'è bisogno di un equilibrio che dipende, come sempre, dalla gestione delle cose umane che hanno effetti anche sulla natura in generale. Il focus infatti è ancora una volta e chiaramente puntare a far emergere le problematiche e chiedere alla nostra specie la dovuta attenzione nel preservare gli ecosistemi, anche solo nell'ottica di comprendere che la salute degli altri esseri viventi è strettamente correlata alla nostra.