
Di promesse non mantenute, soprattutto dopo accordi presi a livello internazionale, purtroppo ce ne sono tante. E quest'ennesima mancata parola o, meglio, mancato impegno da parte dei Paesi che avevano firmato un accordo a Montreal quattro anni fa avrà delle forti ripercussioni sull'intero Pianeta e per tutte le specie, esseri umani compresi.
Quattro anni fa, nella capitale canadese, era stato siglato l’accordo globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal, ratificato nel dicembre 2022 durante la COP15. Era stato approvato da ben 196 Paesi, tra cui l'Italia, con l’obiettivo di fermare la perdita di biodiversità e uno scopo ben preciso. Gli Stati si erano dati come obiettivo quello di proteggere almeno il 30% delle terre e dei mari entro il 2030.
Già durante la Cop16 sulla biodiversità avevamo intervistato la referente del WWF Italia, Isabella Pratesi, che ci aveva spiegato l'evidente ritardo in cui si era. Adesso secondo la Valutazione Globale 30×30, l'analisi più completa finora realizzata sui progressi globali verso l'obiettivo di biodiversità concordato all'epoca, per quanto riguarda la superficie terrestre e le acque interne si potrebbe arrivare al massimo al 27% entro la fine del decennio, rispetto al 20% attuale e sono solo 50 i paesi che hanno invece raggiunto l'obiettivo del 30% fissato nell'accordo. La situazione poi è più critica per gli oceani, dei quali è protetto appena il 10%: una percentuale destinata a salire al massimo al 12% entro la fine del decennio.
La situazione di mari e della fauna nei report: i dati che emergono sono preoccupanti
Un altro report che riguarda invece proprio solo la condizione dei mari è stato stilato da Together for the Ocean, una campagna globale che promuove la protezione degli oceani unendo organizzazioni e parti interessate. I dati che sono emersi sono decisamente insoddisfacenti e preoccupanti rispetto alla salute degli oceani: solo il 10% è protetto, e gli impegni attuali probabilmente porteranno questa percentuale solo al 12% circa entro il 2030.
Per quanto riguarda la fauna, il punto di riferimento per comprendere lo stato delle cose è il Living Planet Report, il rapporto biennale del WWF recentemente pubblicato. Lì dove emergono aspetti positivi che fanno comprendere l'importanza dei programmi di tutela e conservazione che hanno portato, ad esempio, ad un aumento di oltre il 70% del numero di tigri dal 2010 e all'eliminazione dalle specie a rischio di estinzione del tonno rosso, cìè un declino totale su scala globale che riguarda tutte le specie, tanto che è stata quantificata una diminuzione del 73% della dimensione media delle popolazioni di fauna selvatica negli ultimi 52 anni. Nel rapporto viene evidenziato che le sole misure di conservazione, fondamentalmente, non possono bastare per fermare questa deriva.
Anche le aziende chiedono più impegno per l'ambiente: la richiesta ai governi
I problemi che attanagliano il Pianeta sono sempre gli stessi, peggiorati con il passare degli anni nonostante la maggiore attenzione da parte delle organizzazioni internazionali e delle associazioni di protezione di fauna e flora e l'impegno, sulla sola carta, dei governi. Perdita e degrado degli habitat, il sovrasfruttamento, i cambiamenti climatici, l'inquinamento e le specie invasive. Visti così, però, si rischia di fare il solito elenco sterile di quelli che sono in realtà effetti di scelte precise che toccano settori come il comparto alimentare, l'energia e il mondo dell'economia e della finanza a livello globale.
Per questo sono gli Stati e i loro governi i soggetti incaricati a risolvere alla base le conseguenze di decisioni che hanno un effetto a cascata sulla tenuta della biodiversità e sta anche ai media il compito di far arrivare questi numeri traducendoli in realtà, perché se no parlare di sole percentuali non rende l'idea, alla persona comune, di quanto sia deleteria la condizione in cui già ci troviamo.
Questa volta, però, sono scese in campo anche aziende e istituzioni finanziarie che hanno firmato una lettera aperta, chiedendo ai governi di riformare gli incentivi. "Almeno 2.600 miliardi di dollari all'anno di spesa pubblica, pari a quasi il 2,5% del PIL globale, contribuiscono all'esaurimento delle risorse vitali da cui dipendono le nostre catene di approvvigionamento – scrivono i firmatari – Gli attuali sistemi di incentivi premiano involontariamente le pratiche che esauriscono le risorse naturali, distorcendo i segnali di mercato, mascherando e sottovalutando i rischi ambientali e dirottando i capitali da pratiche più resilienti. Ciò espone imprese, beni e portafogli agli shock. Oggi, con la crescente pressione sulle catene di approvvigionamento e sulla sicurezza delle risorse, si presenta un'importante opportunità per riformare i sistemi di incentivi".
Tra le aziende che partecipano all'appello rivolto agli Stati che hanno firmato l'accordo canadese e che si rivedranno nella prossima COP, ci sono marchi come Aldi Sued, Danone, Decathlon, Federated Hermes Limited, H&M Group, Legal & General, Mahindra Group, Natura, Nestlé, Ørsted, Rabobank, Salesforce, Storebrand Asset Management, Tetra Pak, Triodos Bank, Unilever e Vattenfall che rappresentano un fatturato complessivo di oltre 600 miliardi di dollari e un patrimonio gestito di oltre 4.700 miliardi di dollari.
Secondo quanto hanno scritto, questi colossi dell'economia globale si impegnano "a rafforzare la resilienza delle nostre attività, delle catene di approvvigionamento, dei finanziamenti e degli investimenti, preservando le risorse vitali da cui dipendono. Tuttavia, non possiamo farlo da soli. Riformare gli incentivi può creare condizioni di parità e contribuire a orientare i capitali verso la creazione di valore a lungo termine".