
Quasi una specie su due tra gli uccelli migratori è oggi in declino e una su nove rischia seriamente l'estinzione. È il quadro allarmante che emerge dal nuovo "State of the World's Birds", il rapporto pubblicato da BirdLife International in occasione del Global Flyways Summit di Nairobi, in Kenya, a cui ha partecipato anche Lipu-Birdlife Italia. Si tratta della prima edizione del report dedicata in modo specifico agli uccelli migratori e alle rotte che percorrono durante i loro spostamenti tra i continenti.
Secondo il documento, il 45% delle specie migratrici sta diminuendo. A essere particolarmente in difficoltà sono soprattutto gli uccelli che dipendono dagli ambienti marini, dalle foreste e dalle zone umide costiere. Proprio gli uccelli marini e quelli che frequentano le coste sono ormai da anni tra i gruppi maggiormente in crisi.
L'estinzione del chiurlottello, l'emblema del declino degli uccelli acquatici

A raccontare in maniera emblematica quanto sia profonda la crisi che stanno attraversando molti uccelli migratori, soprattutto quelli acquatici, è la recente conferma dell'estinzione del chiurlottello (Numenius tenuirostris), la prima specie nidificante in Europa continentale a estinguersi recenti. Questo limicolo, fino a qualche decennio fa molto comune nelle zone umide costiere, anche qui in Italia e soprattutto in inverno, è stato osservato per l'ultima volta nel febbraio del 1995, quando un individuo venne avvistato in una laguna in Marocco.
L'estinzione era ormai nell'aria da diversi anni, ma è diventata ufficiale solo nel 2025, a trent'anni dall'ultima osservazione. Si tratta come detto della prima estinzione di un uccello nell'Eurasia continentale e in Africa negli ultimi secoli e secondo BirdLife, negli ultimi 150 anni, altre sette specie migratrici sono scomparse o sono considerate probabilmente estinte al livello globale.
Questo trend è purtroppo comune a tantissime altri migratori grandi e piccoli. Su un totale di 1.843 specie che percorrono periodicamente le 14 grandi rotte migratorie (flyways) del pianeta, ben il 54% dei limicoli migratori è in declino e quasi un terzo di quelle marine (il 30%) rischia seriamente l'estinzione. Più in generale, 1 specie migratrice su 9 (l'11%) è attualmente considerata in pericolo di estinzione.
Perché gli uccelli migratori stanno sparendo

Le cause di questa crisi sono diverse e spesso si sommano tra loro. La distruzione e la trasformazione degli habitat, l'espansione e l'intensificazione dell'agricoltura, i cambiamenti climatici, la diffusione di specie invasive e la caccia insostenibile esercitano una pressione sempre più crescente sulle popolazioni.
Sono state individuate 10.656 Key Biodiversity Areas (Aree Chiave per la Biodiversità), ma il 58% dei siti importanti per gli uccelli migratori per cui si dispongono dati si trova in condizioni degradate o molto degradate. Inoltre, la tutela legale di molte queste zone presenta forti lacune: in media, solo il 49% della superficie di ciascuna Key Biodiversity Area si sovrappone ad aree effettivamente protette, lasciando oltre metà dei loro territori vitali privi di qualsiasi protezione formale.

Per gli uccelli migratori il problema è ancora più complesso da affrontare proprio perché si muovono attraverso diversi Paesi e continenti. Un uccello può riprodursi in Europa, fermarsi in una zona umida del Mediterraneo e trascorrere l'inverno in Africa meridionale. Per questo non basta proteggere uno solo di questi luoghi. Un ruolo cruciale lo svolgono quindi le rotte migratorie percorse da queste specie, vere e proprie reti ecologiche composte da molti siti utilizzati durante il viaggio e che tengono insieme la sopravvivenza stessa di queste specie.
Se uno solo di questi luoghi scompare o diventa inadatto, l'intera migrazione può diventare sempre più difficile e contribuire al declino delle popolazioni.
Proteggere tutta la rotta, non solo singoli luoghi

Il nuovo rapporto dimostra però che intervenire funziona. Quando agricoltura, pesca e gestione del territorio vengono modificate tenendo conto dell'intera rotta migratoria, le popolazioni possono tornare a crescere.
Un esempio arriva dal capovaccaio (Neophron percnopterus), un piccolo avvoltoio migratore ormai quasi estinto come nidificante qui in Italia e che in passato ha subito un forte declino anche nei Balcani. Le misure di conservazione portate avanti in stretta collaborazione tra i diversi Paesi coinvolti, hanno permesso di fermare il declino della popolazione nidificante. Nei Balcani ci sono oggi tra le 50 e le 80 coppie nidificanti, concentrate principalmente tra Bulgaria e Grecia.
È proprio questo il principio alla base della Dichiarazione di Nairobi sulle rotte migratorie, firmata durante il summit da governi, scienziati, organizzazioni non governative, ambientalisti e istituzioni finanziarie. L'obiettivo è quello di coordinare gli interventi oltre i singoli confini nazionali, considerando le rotte migratorie come sistemi unici e interconnessi.
Per proteggere le rotte migratorie servono anche nuovi investimenti

Per affrontare una crisi che attraversa continenti e confini servono però anche risorse economiche adeguate. È stato anche questo uno dei temi al centro del summit di Nairobi e negli ultimi anni le banche di sviluppo hanno iniziato a investire nella conservazione. Dal 2021 sono stati mobilitati oltre sei miliardi di dollari per interventi legati alla tutela della natura, mentre più di 340 milioni sono già stati destinati in modo specifico alla protezione delle rotte migratorie, attraverso oltre 25 nuovi progetti.
Una parte di questi investimenti riguarda le grandi reti di zone umide e altri ambienti fondamentali per gli uccelli durante i loro spostamenti. In Asia, per esempio, la Banca Asiatica di Sviluppo collabora con BirdLife e con l'East Asian-Australasian Flyway Partnership per proteggere alcuni dei luoghi più importanti lungo la rotta che collega Asia orientale e Australasia. Altri programmi sono stati avviati nelle Americhe e lungo la rotta Africa-Eurasia, anche grazie alla collaborazione con la Banca Mondiale.

Questi interventi si inseriscono nella più ampia corsa contro il tempo per ridurre la perdita di biodiversità. Il quadro internazionale Kunming-Montreal, adottato nel 2022, ha fissato tra i suoi obiettivi la protezione entro il 2030 del 30% delle terre, delle acque interne e degli oceani. Tuttavia, come dimostra questo report, la protezione dei migratori è ancora largamente insufficiente.
"Stiamo perdendo uccelli migratori a un ritmo allarmante", ha sottolineato in un comunicato Claudio Celada, direttore Area Conservazione natura della Lipu, presente al vertice di Nairobi. Per questo, aggiunge, è necessario che "governi, imprese e società civile facciano la propria parte", sfruttando anche le nuove risorse messe in campo dalle banche di sviluppo. La crisi degli uccelli migratori è dunque anche una prova della capacità di collaborare per la tutela della natura. Le risorse e gli strumenti per intervenire stanno crescendo, ma il tempo a disposizione sta per finire: la sfida ora è riuscire a trasformare gli impegni in azioni concrete lungo tutte le rotte, prima che l'intera rete che sostiene i migratori si spezzi definitivamente.