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27 Giugno 2026
12:28

Dall’Italia al Borneo per studiare il debito di estinzione, il ricercatore Messina: “La biodiversità può sparire nel silenzio”

Uno studio italiano in Borneo svela come il degrado delle foreste può ridurre la diversità genetica e minacciare gli uccelli molto prima che le popolazioni inizino a diminuire. Il ricercatore Simone Messina racconta a Fanpage.it che cos’è e quali sono i rischi del debito di estinzione.

Intervista a Simone Messina
Ricercatore all'Università della Tuscia all'epoca dello studio, oggi all'Università di Anversa, in Belgio
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Il ricercatore Simone Messina e una pitta testablu (Hydrornis baudii) catturata durante i suoi studi in Borneo

Una foresta può sembrare ancora rigogliosa e piena di vita, gli uccelli possono continuare a cantare e le popolazioni apparire sane e numerose. Eppure, sotto questa apparente ricchezza di vita, potrebbe essere già iniziato un lento processo di declino. È il cosiddetto "debito di estinzione", un fenomeno ancora poco conosciuto, ma fondamentale per capire come le attività umane possano compromettere la biodiversità anche molti anni dopo il disturbo iniziale.

È questo il tema di uno studio pubblicato sulla rivista Genome Biology and Evolution da un gruppo di ricercatori coordinati da David Costantini dell'Università degli Studi della Tuscia, in collaborazione con l'Università di Cambridge, la National University of Singapore e la Universiti Malaysia Sabah. La ricerca ha analizzato gli effetti del taglio selettivo delle foreste tropicali del Borneo sulla diversità genetica di dieci specie di uccelli forestali, mostrando che i danni possono manifestarsi molto prima che una popolazione inizi a diminuire di numero.

"Una popolazione può sembrare ancora sana e abbondante, ma nascondere già i segni della sofferenza", spiega a Fanpage.it il ricercatore Simone Messina, primo autore dello studio e attualmente all'Università di Anversa, in Belgio. "Quando una specie perde diversità genetica diventa infatti meno capace di affrontare le sfide future, proprio perché dispone di un patrimonio genetico più povero".

Tre mesi nella foresta tropicale del Borneo per studiare il debito di estinzione

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Il ricercatore ha trascorso tre mesi nella foresta della Danum Valley Conservation Area, nel Borneo malese

Quando si parla di perdita di biodiversità si pensa subito alla scomparsa immediata di animali e piante. In realtà non accade sempre così. Alcune specie riescono infatti a sopravvivere anche per decenni dopo che il loro habitat è stato alterato, continuando ad apparire comuni e in buona salute.

Secondo i ricercatori, però, questo può essere solo un'apparenza. "La degradazione dell'habitat può infatti ridurre lentamente la diversità genetica, cioè la varietà di informazioni contenute nel DNA degli individui di una popolazione", spiega Messina. "Questa variabilità è però fondamentale, perché permette alle specie di adattarsi ai cambiamenti ambientali, resistere alle malattie e mantenere popolazioni vitali nel lungo periodo".

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In Borneo, Messina ha studiato la diversità genetica degli uccelli nelle aree di foresta primaria e in quelle sottoposte a taglio selettivo. In foto, le operazioni di prelievo del sangue a un garrulo tabaccato (Pellorneum bicolor)

Per raccogliere i dati, Messina ha trascorso circa tre mesi nella Danum Valley Conservation Area, una delle aree di foresta tropicale meglio conservate del Borneo malese. Il progetto è stato finanziato attraverso il programma Young Researcher del Ministero dell'Università e della Ricerca con fondi PNRR.

La sveglia alle quattro del mattino tra fango, piogge improvvise e sanguisughe

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L’obiettivo era capire l’impatto a lungo termine dei tagli forestali sugli uccelli

"Il lavoro sul campo iniziava ogni giorno prima dell'alba. La sveglia suonava alle quattro del mattino, quando la foresta era ancora immersa nel buio. Dopo una camminata di oltre mezz'ora, illuminata soltanto dalla luce delle torce frontali, raggiungevamo i siti di campionamento per aprire le reti utilizzate per catturare gli uccelli prima del sorgere del sole", racconta il ricercatore.

Le giornate erano lunghe e impegnative: caldo, umidità, fango, piogge improvvise e sanguisughe facevano parte della routine. "Ogni tanto bisogna controllarsi ed eventualmente togliersele, ma non sembrano essere pericolose dal punto di vista sanitario", aggiunge Simone Messina.

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Simone Messina durante effettua un prelievo di sangue su Pellorneum capistratoides

Gli uccelli catturati venivano identificati, sottoposti a un piccolo prelievo di sangue e immediatamente rilasciati. Nel pomeriggio, il lavoro proseguiva nel laboratorio del centro di ricerca con la preparazione e la conservazione dei campioni destinati alle analisi genetiche. "È un lavoro molto intenso, ma stare nella foresta e osservare ogni giorno una biodiversità straordinaria ripaga di tutta la fatica. Per me è qualcosa di bellissimo.", ammette Messina.

Cosa succede agli uccelli nelle foreste tagliate

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Un garrulo alicastane (Cyanoderma erythropterum) catturato durante le attività di studio

Lo studio ha confrontato gli uccelli che vivono nella foresta primaria con quelli presenti nelle aree sottoposte a taglio selettivo, la forma di sfruttamento forestale più diffusa nelle regioni tropicali e considerata tra le più sostenibili.

"In questo tipo di gestione vengono abbattuti soltanto gli alberi di maggiore valore commerciale", spiega ancora Simone Messina. "Ma anche se la foresta non viene completamente distrutta, l'impatto è comunque significativo. La caduta dei grandi alberi crea aperture nella volta forestale, aumenta la quantità di luce che raggiunge il suolo, favorisce la crescita di arbusti e liane e richiede la realizzazione di piste per il trasporto del legname, frammentando ulteriormente l'habitat".

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Anche nelle foreste non completamente distrutte, l’impatto sugli uccelli può essere significativo. In foto un cacciaragni minore (Arachnothera longirostra)

Nell'area di studio il taglio è iniziato circa quarant'anni fa e si è protratto fino agli anni Duemila. Nonostante il tempo relativamente breve dal punto di vista evolutivo, i ricercatori hanno però già osservato conseguenze genetiche importanti sugli animali.

Il caso del garrulo di Horsfield, ancora abbondante ma già in pericolo

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Il garrulo di Horsfield (Malacocincla sepiaria) è una specie ancora molto abbondante, ma mostra una forte diminuzione della diversità genetica e livelli più elevati di consanguineità

Analizzando il genoma di oltre cento individui appartenenti a dieci specie diverse di uccelli, i ricercatori hanno scoperto che il garrulo di Horsfield (Malacocincla sepiaria), una specie ancora abbastanza comune nelle foreste del Borneo, presenta una marcata riduzione della diversità genetica e livelli più elevati di consanguineità nelle aree sottoposte a taglio selettivo rispetto alle foreste indisturbate.

"Il dato è particolarmente significativo perché la popolazione non mostra ancora evidenti segni di diminuzione numerica", sottolinea Messina. Ed è proprio questo il cuore del concetto di debito di estinzione: i danni sono già iniziati, ma potrebbero diventare visibili solo tra molti anni.

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Pigliamosche del paradiso di Blyth (Terpsiphone affinis)

I risultati dello studio non vogliono però trasmettere un messaggio pessimista. Anzi, secondo gli autori, le foreste soggette a taglio selettivo continuano a svolgere un ruolo fondamentale per la conservazione della biodiversità.

Le foreste degradate restano ancora fondamentali

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Una coppia di bucero bianconero orientale (Anthracoceros albirostris) fotografata nei pressi del campo base

"Queste foreste ospitano ancora livelli molto elevati di biodiversità", ammette Messina. "Qui ci vivono oranghi, gibboni, grandi mammiferi e moltissime specie di uccelli. Per questo è essenziale proteggerle dalla conversione in piantagioni di palma da olio, gomma o pascoli, perché è quel cambiamento che provoca la perdita più grave di biodiversità".

Oggi, infatti, le foreste tropicali sfruttate con il taglio selettivo occupano una superficie più estesa rispetto alle foreste primarie rimaste. Se si vuole conservare davvero la biodiversità tropicale, spiegano i ricercatori, non basta difendere gli ultimi lembi di foresta intatta: "È necessario preservare anche queste aree degradate, che continuano a rappresentare un habitat prezioso per migliaia di specie" aggiunge il ricercatore.

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Simone Messina e un martin pescatore bandazzurra malese (Alcedo peninsulae) catturato durante le attività di ricerca

Questo studio dimostra chiaramente tutta la complessità del lavoro nel campo della conservazione della natura e della biodiversità. Non contano solo i numeri degli individui rimasti di una specie per valutarne il rischio di estinzione, ma anche quanto e ricco e diversificato il suo patrimonio genetico. "Perché una popolazione apparentemente stabile può avere già imboccato una strada difficile da invertire, e riconoscere questi segnali in anticipo può fare la differenza per la sua conservazione", conclude Simone Messina.

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