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24 Giugno 2026
18:00

Cosa succederà al capovaccaio in Italia, Andreotti: “Situazione da codice rosso, ma c’è speranza per l’avvoltoio”

In Italia sono rimaste appena una decina di coppie di capovaccaio, contro le 80 degli anni '70. Abbiamo intervistato l'ornitologo dell’ISPRA Alessandro Andreotti per capire il perché di questo declino e se è ancora possibile un futuro nel nostro Paese per il più piccolo e minacciato avvoltoio d’Europa.

Intervista a Dott. Alessandro Andreotti
Ornitologo e ricercatore dell'Area per l'Avifauna Migratrice di ISPRA, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
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Il capovaccaio (Neophron percnopterus) è tra le specie che rischiano maggiormente l’estinzione in Italia, dove rimangono circa 10 coppie nidificanti

In Italia sono rimaste appena una decina di coppie di capovaccaio (Neophron percnopterus), il più piccolo e minacciato avvoltoio presente in Europa. Negli anni Settanta erano invece 80, distribuite lungo tutta la fascia costiera del centro-sud, dal Lazio alla Calabria, passando per Campania, Basilicata, Puglia e soprattutto Sicilia, l'ultimo rifugio rimasto oggi per questa specie ormai sempre più rara e vicina all'estinzione locale.

Il crollo, secondo Alessandro Andreotti, ornitologo dell'Area per l'Avifauna Migratrice di ISPRA, è stato rapido e ha seguito una traiettoria quasi opposta a quella di molti altri rapaci come aquile e falchi, che invece si sono ripresi rapidamente grazie al divieto di caccia e maggiori tutele.

Dopo il recente avvistamento di un adulto in Molise, abbiamo parlato di questa specie proprio con lui – tra i massimi esperti nello studio e nella conservazione del capovaccaio – per capire dove siamo oggi, ma soprattutto se per il piccolo avvoltoio venerato dagli antichi egizi ci sia ancora un futuro in Italia.

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Da anni gli ornitologi testimoniano un calo drammatico della popolazione, che si è assestata a circa 10 coppie all’inizio degli anni 2000

Partiamo dai numeri: cos'è successo al capovaccaio in Italia negli ultimi cinquant'anni?

La situazione in Italia del capovaccaio fino agli anni '70 era abbastanza buona. La specie era ben distribuita lungo la fascia costiera del centro-sud, dal Lazio alla Calabria, incluse Basilicata, Puglia e Sicilia, con circa 80 coppie nidificanti. Progressivamente ha poi subito un declino rapido che è continuato fino agli inizi degli anni 2000, seguendo tra l'altro un trend in controtendenza rispetto ad altri rapaci che in passato erano messi anche peggio, ma che grazie a nuove misure di tutela e al divieto di caccia si sono poi ripresi. La situazione è insomma da codice rosso, ma ci sono dei piccoli segnali di speranza.

E oggi a che punto siamo?

Oggi ci sono circa 10 coppie, concentrate soprattutto in Sicilia. Negli ultimi 20 anni la situazione, nonostante il numero ridottissimo, è però rimasta stabile. È comunque positivo, in un certo senso, visto che con numeri così bassi di solito si arriva rapidamente all'estinzione.

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Ornitologi e operatori durante le attività di ambientamento di alcuni capovaccaio allevati in cattività e destinati al rilascio in natura

Perché non è ancora successo?

Probabilmente a seguito di alcune situazioni anche un po' fortunate: magari una sottostima delle coppie censite o l'arrivo di individui originari della penisola iberica, tornati poi in Italia per nidificare, anche se non abbiamo prove dirette di questo. In ogni caso, sono state messe in atto negli anni diverse misure di conservazione, incluso il rilascio di individui allevati in cattività, per esempio a opera del CERM (Centro Rapaci Minacciati, ndr), con cui abbiamo collaborato anche attraverso progetti LIFE, liberando numerosi individui con l'obiettivo di rinforzare la popolazione in natura.

Quali sono oggi le cause principali del declino?

Le cause non erano chiare prima del piano d'azione nazionale che abbiamo redatto. Sicuramente erano già note minacce come l'avvelenamento, la persecuzione diretta e il bracconaggio. Ora però abbiamo un quadro più chiaro: la principale causa di mortalità di origine antropica è l'elettrocuzione, cioè la morte per contatto con cavi e infrastrutture elettriche non isolate. Una causa silenziosa, difficile da osservare sul campo.

Si tratta di un problema enorme che in passato è stato molto sottovalutato, ma grazie ai GPS ora sappiamo che è la causa principale di mortalità. Rimangono naturalmente l'avvelenamento diretto, quello indiretto attraverso i rodenticidi ingeriti con ratti e topi avvelenati, e il bracconaggio, purtroppo ancora diffuso, nonostante la specie non sia presente in Italia quando è aperta la stagione venatoria, ovvero principalmente in inverno.

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Messa in sicurezza della rete elettrica. L’elettrocuzione è la principale causa di mortalità del capovaccaio

Avete riscontri diretti sul bracconaggio?

Abbiamo confermato diversi casi, sia in Italia che lungo la rotta migratoria in Africa o a Malta, e probabilmente vengono addirittura abbattuti dalle barche mentre attraversano in migrazione lo stretto e il canale di Sicilia. Non abbiamo ancora conferme dirette di questo, ma alcuni dati arrivati dai GPS potrebbero suggerire un fenomeno del genere. Anche l'abbandono dei pascoli e dell'allevamento può contribuire al declino. Per quanto riguarda habitat e siti potenziali per la nidificazione, invece, al momento non sono un problema: i numeri sono così bassi che i territori idonei oggi sono di molto superiori alla popolazione esistente.

Lei ha parlato di "piccoli segnali di speranza". Quali sono?

Il primo è il fatto che il numero di coppie, nonostante tutto, rimanga stabile. Il secondo è che quando gli interventi di conservazione sono portati avanti in maniera strutturale, funzionale e continua, la specie può beneficiarne e tornare. La prova evidente è la prima coppia nidificante in Sardegna, segnalata per la prima volta nel 2019.

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Un giovane capovaccaio mangia in un punto di alimentazione artificiale o carnaio

Perché è significativo proprio quell'episodio?

Qui la specie non era presente in passato, ma grazie a progetti di tutela ben eseguiti per la conservazione del grifone, ne ha beneficiato anche il capovaccaio. Questa prima coppia si è insediata proprio nei territori dove sono in atto misure di tutela per gli avvoltoi. Significa che se si interviene in maniera forte ed efficace, i risultati si ottengono.

Molte specie che non sono minacciate quanto il capovaccaio ricevono spesso molta più attenzione, cosa ne pensa di questo aspetto?

La percezione che si ha di certi animali, sia dagli stessi ricercatori che dall'opinione pubblica, può incidere anche sulla loro conservazione. Animali meno minacciati del capovaccaio, come la tartaruga marina o il lupo, continuano a ricevere molta più attenzione. Da un lato perché sono più facili da studiare: un esempio è il grillaio, che molti ornitologi studiano perché nidifica in ambiente urbano, in colonie, e si possono quindi raccogliere facilmente dati da pubblicare. Con il capovaccaio e altre specie molto rare, questo avviene meno, e gli ornitologi preferiscono specie più semplici da studiare.

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Dal 2019 un coppia si è insediata per la prima volta in Sardegna, anche grazie ai progetti di conservazione nell’area dedicati al grifone

E sul fronte dell'opinione pubblica?

In generale, capovaccaio e altri avvoltoi hanno meno appeal sull'opinione pubblica, e questo si ripercuote sulla loro conservazione. Non sono animali carismatici come la tigre o il panda, e vengono considerati meno attraenti nella nostra cultura, perlomeno oggi. In passato, invece, gli avvoltoi erano simbolo di rinascita ed erano fortemente simbolici per molte culture. Pensiamo agli antichi egizi, dove questi animali, usati anche nei geroglifici, rivestivano un'importanza enorme.

Cosa dobbiamo fare, infine, per salvare il capovaccaio in Italia?

Bisogna continuare a creare punti di alimentazione artificiale, i cosiddetti carnai, soprattutto nei siti chiave per la specie, come lungo la rotta migratoria attraverso lo stretto di Messina e nelle aree dove ancora nidificano le coppie esistenti. Poi è importante mettere in sicurezza le reti elettriche nelle aree maggiormente frequentate dalla specie, cosa che in parte abbiamo già fatto, e continuare con i rilasci di individui nati in cattività. Bisogna lavorare soprattutto nel prevenire la mortalità degli adulti, che incide molto sul trend della popolazione, e intervenire anche sul bracconaggio.

Stiamo cercando di fare in modo che le aree protette continuino queste attività, come abbiamo già fatto in passato soprattutto con i progetti LIFE, che però hanno una durata temporale limitata. Bisogna dare continuità a queste iniziative: ci auguriamo che le aree protette continuino su questa strada.

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