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12 Settembre 2026
9:05

Il paradosso del ‘downlisting’: quando una specie migliora calano i fondi e torna a rischio

Esperti di conservazione hanno analizzato il funzionamento della lista rossa dell'IUCN facendo emergere il “paradosso del downlisting”. Il miglioramento dello status di una specie riduce i fondi a favore della conservazione, determinando un nuovo declino e una perdita d'attenzione che mette di nuovo a rischio le popolazioni.

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Lo chiamano il "paradosso del downlisting": quando una specie non è più a rischio estinzione diminuiscono i fondi per la sua tutela e conservazione e così in breve tempo rischia di essere di nuovo vulnerabile e di ricadere nel fenomeno del declino della sua popolazione. E' l'analisi che è stata pubblicata su Conservation Biology a mostrare qual è il più serio problema della rigida classificazione delle specie a seconda del pericolo di estinzione cui sono sottoposte attraverso le classificazioni stabilite dall'IUCN, l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura che è l'organizzazione non governativa internazionale che si occupa della tutela dell'ambiente e della biodiversità.

L'IUCN due volte all'anno principalmente aggiorna la "lista rossa", ovvero un elenco in cui sono inserite le specie animali a rischio in base allo stato di conservazione. Funziona come un sistema di misurazione ed è suddivisa in nove categorie:

  • Estinto (EX): Nessun individuo rimasto vivo
  • Estinto in natura (EW): Sopravvive solo in cattività.
  • Critico (CR): Rischio di estinzione estremamente alto in natura.
  • In pericolo (EN): Rischio alto.
  • Vulnerabile (VU): Rischio medio-alto.
  • Prossimo alla minaccia (NT): Vicino ai parametri di rischio.
  • Rischio minimo (LC): Specie comune o stabile.
  • Dati insufficienti (DD): Informazioni non abbastanza complete per una stima.
  • Non valutato (NE): Non ancora analizzato

Come accennato, l'aggiornamento del database generale avviene 2 o anche più volte l'anno per inserire nuove specie appena studiate o per correggere i dati tassonomici. Poi c'è però l'elemento della rivalutazione della singola specie per ridurre la possibilità che la declassificazione di una specie comprometta il suo recupero e ciò avviene attraverso la "regola dei 5 anni" che prevede che le specie considerate per una declassificazione non devono soddisfare i criteri di una categoria di minaccia superiore per almeno 5 anni consecutivi prima di essere declassate e che devono essere immediatamente riclassificate in una categoria superiore qualora emergessero minacce urgenti.

Secondo gli esperti che hanno valutato l'andamento della conservazione di alcuni animali che sono passate dal rischio di estinzione o dallo stato di vulnerabilità a step inferiori, questo sistema di valutazione comporta che il "downlistening" porti ad ottenere meno finanziamenti per la conservazione e che gli animali così classificati perdano velocemente il miglioramento del loro status dopo, appunto, gli sforzi compiuti per migliorare la loro condizione.

"La declassificazione delle specie dalla lista rossa può essere un segnale di successo – spiegano gli autori nell'articolo originale – ma la comprensione, il coinvolgimento e l'utilizzo da parte delle parti interessate dello status verde delle specie sono fondamentali per sostenere il recupero". Nel testo gli esperti fanno degli esempi pratici come l'aver analizzato le conseguenze positive e negative del declassamento per gli sforzi di conservazione attraverso studi di caso sul panda gigante (Ailuropoda melanoleuca), la gru coronata rossa (Grus japonensis), l'antilope saiga (Saiga tatarica) e la spatola faccianera (Platalea minor): tutti animali per i quali è stato proposto il declassamento. "Sebbene la declassificazione possa consentire un uso più efficace delle risorse limitate – affermano gli autori – questi casi evidenziano potenziali rischi, tra cui un indebolimento del supporto legale, la deviazione delle risorse dalla specie e il calo del sostegno pubblico e politico".

Secondo gli esperti è dunque necessario ripensare questo modello di protezione, abbandonando l'approccio basato esclusivamente sul rischio di estinzione emergenziale e passando a una gestione a lungo termine con enti finanziatori che possano davvero garantire il successo del ripopolamento nelle iniziative di conservazione.

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