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16 Luglio 2026
16:06

Trump indebolisce la legge che protegge le specie a rischio: gli habitat non contano più e sarà più facile distruggerli

Gli Stati Uniti escludono l'alterazione e la distruzione degli habitat dalla definizione di "danno" alle specie protette. Abbattere una foresta, prosciugare una zona umida o autorizzare nuove attività estrattive sarà ancora più facile.

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La distruzione degli habitat non rientra più nella definizione di "danno" alle specie protette o minacciate

Negli Stati Uniti una modifica apparentemente tecnica, approvata lo scorso 10 luglio, rischia di avere conseguenze profonde per migliaia di animali e altre specie minacciate. L'amministrazione Trump ha infatti eliminato dalla normativa federale una definizione chiave dell'Endangered Species Act (ESA), la legge del 1973 che da oltre cinquant'anni rappresenta il principale strumento per la conservazione e la protezione delle specie a rischio di estinzione.

Il cambiamento riguarda il significato del termine "harm" (danno). Fino a oggi, la legge considerava "danno" non solo l'uccisione o il ferimento diretto di un animale, ma anche la distruzione o il degrado del suo habitat quando questi compromettevano attività essenziali come alimentarsi, riprodursi o trovare rifugio. Con la nuova interpretazione, invece, il concetto di danno si limita quasi esclusivamente alle azioni dirette contro gli animali o le piante protette, escludendo di fatto la distruzione dell'ambiente in cui vivono.

Habitat non più protetti e meno restrizioni per disboscamento, estrazioni e trivellazioni

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Abbattere una foresta, prosciugare una zona umida o autorizzare nuove attività estrattive potrebbe diventare più facile

La differenza è tutt'altro che marginale. Abbattere una foresta, prosciugare una zona umida o autorizzare nuove attività estrattive potrebbero presto non essere più considerati un "danno" alle specie protette, anche se di fatto queste attività compromettono o distruggono del tutto l'ambiente naturale e gli habitat in cui le specie vivono. E senza più un habitat, nessun specie vivente può sopravvivere, anche se gli animali o le piante non vengono "danneggiate" direttamente.

La nuova interpretazione ribalta anche un importante precedente giudiziario. Nel 1995 la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva infatti stabilito che la distruzione degli habitat rientrava a pieno titolo nella definizione di "danno", respingendo il ricorso dell'industria del legname. Quella decisione aveva consolidato uno dei principi fondamentali della conservazione: proteggere una specie significa anche proteggere l'ecosistema e l'ambiente da cui dipende.

Gli studi sulla crisi della biodiversità smentiscono il provvedimento

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Il degrado e la distruzione degli habitat è la principale minaccia per la biodiversità in tutto il mondo

Secondo l'amministrazione Trump, invece, la precedente definizione era un'interpretazione errata della legge e la modifica serve a riportare maggiore chiarezza e responsabilità nell'applicazione delle norme. Le organizzazioni ambientaliste, tuttavia, ritengono che il vero obiettivo sia facilitare attività come disboscamento, estrazioni minerarie e trivellazioni petrolifere e altri interventi che interessano le aree naturali finora maggiormente tutelate.

Le preoccupazioni sono tra l'altro supportate anche dai dati scientifici. Uno studio pubblicato nel 2019 ha dimostrato che solo il 17% delle specie inserite nell'Endangered Species Act è minacciato principalmente dall'uccisione diretta, come la caccia o il bracconaggio. Al contrario, l'81% è a rischio soprattutto a causa della perdita o del degrado degli habitat. Evidenze che sono in linea con tutti i principali studi e report sul declino della biodiversità: la principale minaccia non è quasi mai l'uccisione degli animali, ma la scomparsa degli ambienti in cui vivono.

Numerose organizzazioni ambientaliste hanno già presentato ricorso contro il provvedimento

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Numerose organizzazioni conservazionistiche hanno presentato ricorso nei confronti della modifica

Dalla sua approvazione nel 1973, l'Endangered Species Act – spesso riconosciuto come uno dei più efficaci strumenti legislativi di tutela della biodiversità – ha contribuito a impedire l'estinzione del 99% delle specie inserite nell'elenco di quelle minacciate o in pericolo. Per questo molte associazioni per la conservazione temono che la nuova interpretazione possa ridurre drasticamente, se non azzerare, l'efficacia della legge proprio mentre la crisi della biodiversità continua ad aggravarsi.

Diverse organizzazioni, in primis Earthjustice, hanno quindi già presentato ricorso contro il provvedimento sostenendo che non abbia basi scientifiche né giuridiche e che contraddica apertamente la sentenza della Corte Suprema del 1995. Saranno ora i tribunali a decidere se questa modifica potrà restare in vigore oppure se la tutela degli habitat tornerà a essere parte integrante della protezione delle specie minacciate. Al contrario, il futuro di molte specie a rischio in Nord America potrebbe essere ancora più a rischio.

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