
Il disegno di legge "sparatutto" sulla caccia, che modifica la legge 157 del 1992 e interviene sulla gestione venatoria di mammiferi e uccelli selvatici, continua a raccogliere forti critiche e opposizioni. Non solo dal mondo ambientalista, animalista, da una parte ampia della società civile e dell'opposizione, ma anche dalla comunità scientifica che studia proprio gli animali su cui la riforma andrebbe a intervenire.
Dopo il report tecnico-scientifico diffuso nei giorni scorsi dall'Associazione Teriologica Italiana (ATIt), che riunisce studiosi e conservazionisti dei mammiferi, ora arriva anche la bocciatura del Centro Italiano Studi Ornitologici, la principale organizzazione scientifica italiana che si occupa di uccelli. Per il CISO il DDL 1552, già approvato dal Senato e ora all'esame della Camera, ribalta "oltre trent’anni di tutele ambientali" e rischia di esporre di nuovo l'Italia a infrazioni da parte dell'Unione europea, che già a dicembre aveva espresso forti preoccupazioni.
Il contestato ruolo di "bioregolatore" del cacciatore
Secondo il rapporto tecnico redatto dagli ornitologi, uno dei punti più problematici è l'idea che la caccia possa "concorrere alla tutela della biodiversità", trasformando di fatto il cacciatore in una sorta di "bioregolatore". Per il CISO è un errore prima di tutto scientifico: il controllo della fauna selvatica è un'attività pubblica che dovrebbe basarsi su dati, monitoraggi e obiettivi di conservazione, non sulla somma di prelievi effettuati nell'ambito di un'attività privata e ricreativa come appunto la caccia.
Il nodo, spiegano i ricercatori, non è ideologico, ma biologico. La gestione di specie problematiche o in sovrannumero – per esempio i cinghiali o alcuni corvidi – richiede piani mirati, valutazioni demografiche e interventi coordinati. La pressione venatoria generalizzata, invece, può produrre effetti opposti: alterare la struttura sociale delle popolazioni animali, aumentare il disturbo sulle specie non cacciabili, favorire la dispersione di patogeni e introdurre nell'ambiente grandi quantità di piombo, un metallo pesante tossico disperso dalle munizioni.
Il paradosso, sottolinea il CISO, è che questa idea di "bioregolazione" finirebbe per legittimare anche l'abbattimento di specie che non sono affatto in espansione, ma al contrario in difficoltà. Già oggi la normativa consente la caccia a diverse specie in cattivo stato di conservazione e la riforma, secondo gli ornitologi, non corregge questo problema. Tra gli esempi citati ci sono specie come l'allodola o la pernice bianca, che mostrano da tempo trend negativi e sono considerate a rischio in Italia.
Ampliare i tempi di caccia minaccia gli uccelli migratori

Un altro capitolo molto contestato riguarda i tempi della caccia. Gli uccelli migratori stanno cambiando calendario a causa del riscaldamento globale: in molti casi anticipano il ritorno verso i siti di riproduzione. Secondo uno studio recente basato anche sui dati raccolti tramite Ornitho.it, la piattaforma di citizen science gestita proprio dal CISO, gran parte delle specie analizzate inizia la migrazione primaverile prima di quanto indicato dai vecchi calendari venatori.
Per questo, estendere la stagione di caccia o mantenere finestre temporali non aggiornate significa, per gli ornitologi, aumentare il rischio di colpire gli animali proprio in nella fase più delicata del loro ciclo biologico. Questo è uno dei punti più controversi del DDL "sparatutto", già fortemente criticato anche da WWF e soprattutto da LIPU, tra le prime associazioni a evidenziare le numerose criticità del testo.
La scienza e i dati sono completamente assenti nella riforma
Nel mirino degli studiosi c'è anche il ridimensionamento del ruolo dell'ISPRA, l'istituto pubblico che fornisce i pareri tecnico-scientifici su fauna e calendari venatori. Se le Regioni potessero discostarsi più facilmente da queste valutazioni, avverte il CISO, la gestione degli uccelli migratori verrebbe frammentata su base locale, nonostante si tratti di specie che si muovono lungo rotte continentali e che avrebbero bisogno di criteri omogenei, condivisi e basati sulle evidenze.
Tra i punti più controversi della riforma ci sono poi l'allentamento delle regole sui richiami vivi – gli uccelli utilizzati per attirare i conspecifici – , l'aumento del numero di animali detenibili dai cacciatori e la possibilità di riaprire gli impianti cattura. Per gli ornitologi sono misure che rischiano di dare nuova linfa a vecchi problemi mai davvero risolti in Italia, compreso quello del bracconaggio e delle possibili violazioni delle direttive europee sulla tutela dell'avifauna.
Il passaggio più netto del documento del CISO riguarda proprio il rapporto tra competenza scientifica e attività venatoria: "Un porto d'armi attesta l'idoneità a esercitare un'attività regolamentata, non una formazione in zoologia, ecologia o biologia della conservazione. Equiparare l'esperienza sul campo di un cacciatore alla competenza scientifica è un clamoroso errore di categoria". Per gli ornitologi, in altre parole, il rischio è che chi pratica la caccia finisca per diventare arbitro della sostenibilità della caccia stessa, in un sistema sempre meno ancorato ai dati.
La posizione delle principali società scientifiche italiane è chiara

Le critiche, come detto, non si fermano agli uccelli. Anche l'ATIt, analizzando la parte della riforma che riguarda i mammiferi, ha parlato di un impianto debole dal punto di vista tecnico-scientifico, contestando fra le altre cose l'approccio alla gestione della fauna selvatica e il rischio di ridurre ulteriormente le tutele. Il dato politico e culturale, quindi, è che a bocciare la riforma non sono soltanto le associazioni animaliste o ambientaliste, ma anche le due principali società scientifiche italiane che si occupano, rispettivamente, di mammiferi e uccelli.
Per questo anche il CISO chiede al Parlamento di sospendere l'iter del DDL 1552 e riaprire un confronto con la comunità scientifica. L'obiettivo, almeno sulla carta, sarebbe costruire una riforma della legge sulla fauna che tenga insieme gestione, conservazione e attività umane senza sacrificare le evidenze scientifiche e senza mettere l'Italia in rotta di collisione con le norme europee sulla biodiversità. Il problema è che, al momento, tutto questo sembra essere il grande assente del testo.