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17 Luglio 2026
12:38

Gli animali non sono ancora considerati esseri senzienti dalle leggi: il problema della tutela in uno studio

Uno studio dell’Università di Portsmouth sottolinea che le leggi europee sulla biodiversità tutelano ancora gli animali come risorse e non come esseri senzienti. Le ricercatrici chiedono norme più efficaci, armonizzate e meno influenzate da pressioni politiche.

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Gli animali non sono ancora del tutto considerati esseri senzienti, per questo le leggi in materia di tutela della biodiversità non riescono a proteggerli e non si avanza dal punto di vista della corretta convivenza con le altre specie che abitano il mondo. E' ciò che emerge da uno studio condotto da due avvocate ambientaliste, Caroline Cox e Meganne Natali dell'Università di Portsmouth, in cui hanno rivelato le carenze che ci sono nelle leggi per la tutela della fauna selvatica in Europa e nel Regno Unito, nonostante decenni di sviluppo legislativo e miliardi di investimenti nella conservazione.

Le due ricercatrici hanno prodotto un'analisi critica e completa delle leggi che regolano la protezione della fauna selvatica in Gran Bretagna e in tutto il Vecchio continente, evidenziandone sia i punti di forza che le persistenti carenze. A livello europeo, l'analisi prende in considerazione la Direttiva Habitat e la Legge UE sul ripristino della natura, recentemente adottata, che impone obiettivi di ripristino giuridicamente vincolanti per gli ecosistemi e mira ad affrontare la crisi della biodiversità in corso.

Nello studio si affronta anche il contesto normativo che circonda il commercio di specie selvatiche, compresa l'attuazione della CITES attraverso i regolamenti UE e le sfide poste dal traffico illegale, per poi esaminare le leggi fondamentali in Gran Bretagna, in particolare il Wildlife and Countryside Act del 1981 che funge da principale meccanismo per la protezione delle specie selvatiche e degli habitat.

"Nonostante l'esistenza di solidi strumenti legislativi e l'istituzione della rete Natura 2000, la più grande rete coordinata di aree protette al mondo – sottolineano nello studio – permangono lacune significative. Queste includono un'attuazione incoerente a livello nazionale, difficoltà di applicazione e l'indebolimento degli standard europei originali durante il recepimento nazionale".

Scelte politiche e visione antropocentrica: così gli animali non vengono considerati come esseri senzienti

Ciò che emerge è che la forza di questi provvedimenti è spesso compromessa da pressioni politiche, economiche e sociali. Sebbene i recenti sviluppi legislativi rappresentino passi avanti positivi, così, la tutela della fauna selvatica in Gran Bretagna e in Europa richiederebbe meccanismi di applicazione più rigorosi. Ciò che manca, in buona sostanza, è una maggiore armonizzazione tra politica e prassi e una maggiore cooperazione tra i vari Stati per garantire la sopravvivenza delle specie e degli habitat minacciati.

Ma questa modifica strutturale necessita di un passaggio fondamentale, ovvero il riconoscimento giuridico in tutti gli Stati della senzietà degli animali. Le leggi dovrebbero infatti riconoscere gli animali come individui capaci di provare sofferenza, anziché come mere risorse ecologiche. "Anche laddove è riconosciuta a livello di trattato – osservano le esperte, citando l'Animal Welfare (Sentience) Act 2022 del Regno Unito – tale riconoscimento non è stato reso operativo nel diritto in materia di biodiversità".

La visione antropocentrica è dunque ancora dominante in qualsiasi parte dell'Europa si guardi, tanto che le autrici hanno analizzato i testi legislativi fondamentali succitati e hanno riscontrato che, ad esempio, una legge fondamentale del Regno Unito come Il Wildlife and Countryside Act del 1981 non è riuscita a risolvere problemi strutturali che hanno portato a gravi danni per la fauna selvatica. Secondo lo studio, infatti, quasi una specie su sei tra le oltre 10.000 specie monitorate in Gran Bretagna rischia l'estinzione; solo il 14% degli habitat faunistici considerati importanti è in buone condizioni; il sistema di revisione quinquennale previsto dalla legge rende le specie vulnerabili ai cambiamenti politici e alle priorità ministeriali.

Politica e interessi: così il lupo non è più un animale rigorosamente protetto

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L'esempio chiave per comprendere quanto sia frammentario il quadro ma anche proprio l'assenza ancora del riconoscimento degli animali come soggetti dotati di cognizione ed emozione è il declassamento dello stato di protezione del lupo voluto dall'Europa. Le avvocatesse mettono in rilievo che questo animale rappresenta un importante successo in termini di conservazione, considerando che la popolazione è aumentata del 60% nell'arco di dieci anni e ricordano quanto le politiche di convivenza siano più efficaci di quelle di abbattimento selettivo.

Nonostante ciò, secondo le esperte, la scelta di ridurre il livello di protezione è stata anche "viziata da carenze procedurali", tra cui una consultazione pubblica limitata e una mancanza di trasparenza sui dati relativi alle perdite di bestiame e al comportamento dei lupi. Altro fattore determinante, e appunto del tutto antropocentrico e poco lineare rispetto allo status quo e alle alternative alla caccia, sono state le pressioni da parte di gruppi dei settori agricolo e venatorio. Ma le due ricercatrici ricordano anche un caso eclatante che, dal loro punto di vista, ha contribuito a mettere il lupo di nuovo sotto il mirino: la predazione del pony della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen da parte di alcuni lupi che avrebbe determinato il cambio a livello politico della strategia europea.

"Il declassamento dello status di protezione del lupo dimostra quanto fragile possa diventare la protezione sotto pressione", concludono le ricercatrici.

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