
Nei primi quattro mesi del 2026 in Italia sono già stati trovati morti 190 lupi. Un numero altissimo, che racconta il rapporto sempre più complicato tra il predatore e le attività umane e a cui andrebbero aggiunti naturalmente anche quelli che non vengono trovati. Strade, allevamenti, aree urbane, bracconaggio, esche avvelenate, armi da fuoco, conflitti sociali e gestione politica si intrecciano in un quadro che sta diventando sempre più difficile da ignorare.
Questi dati arrivano dall'ultimo report dell'Osservatorio Lupo Italia, che raccoglie informazioni provenienti da giornali, social network, segnalazioni locali e fonti istituzionali come il Dead Wolf Tracker dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, il Centro Grandi Carnivori del Piemonte e quello del Servizio Forestale della Provincia di Bolzano.
Accanto ai 190 lupi morti, l'Osservatorio ha registrato anche 9 animali feriti o catturati e 4 successivamente rilasciati in natura. Nello stesso periodo sono stati segnalati 46 avvistamenti, 47 episodi di predazione e 6 casi di incontri ravvicinati, minacce o possibili attacchi nei confronti di esseri umani, tra cui un caso particolarmente delicato in Abruzzo.
Il possibile attacco di un lupo ad Abbateggio
Partiamo proprio da questo possibile attacco nei confronti di una persona. Il 13 febbraio, ad Abbateggio, in provincia di Pescara, un uomo sarebbe stato aggredito e morso da un lupo mentre usciva di casa. Secondo le ricostruzioni riportate dall'Osservatorio, avrebbe riportato diverse ferite e la frattura di un osso della mano. Se confermato definitivamente, sarebbe il primo caso documentato nel 2026 di aggressione di un lupo ai danni di una persona in Italia.
Il caso è stato segnalato sia dal sindaco Gabriele Luciano Di Pierdomenico, che da una relazione dettagliata dei Carabinieri Forestali del Nucleo Parco di Lettomanoppello. Secondo la ricostruzione contenuta nella segnalazione, l'uomo sarebbe stato assalito intorno alle 13:30 mentre usciva da casa per gettare l'immondizia. Nonostante sia stata fornita una descrizione molto dettagliata e attendibile dell'animale, il caso non è stato ancora certificato ufficialmente come aggressione da lupo.
L'episodio riaccende inevitabilmente il dibattito sulla crescente presenza dei lupi vicino ai centri abitati. Negli ultimi anni infatti la specie ha riconquistato gran parte del territorio italiano, tornando anche in aree fortemente antropizzate, modificate e occupate dagli esseri umani. Non si tratta solo di montagne remote e sempre più spesso i lupi vengono osservati vicino a paesi, periferie e aree agricole.
Da gennaio ad aprile 190 lupi morti, quasi tutti per cause antropiche

Ma il dato che colpisce di più è il numero record di lupi trovati morti solamente nei primi quattro mesi dell'anno. La causa principale non è però il bracconaggio diretto, ma gli investimenti stradali e ferroviari: ben 70 lupi sono morti travolti da automobili o treni. È il segnale di quanto infrastrutture e traffico incidano ormai sulla vita della fauna selvatica. Subito dopo arrivano 61 casi in cui la causa della morte non è stata determinata o resa disponibile.
Poi ci sono almeno 29 casi di avvelenamento certo o sospetto, tra cui il caso più eclatante e ancora in fase di indagine registrato nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise a partire da aprile. Qui il bilancio ufficiale è stato aggiornato ad almeno 21 individui rinvenuti morti nel giro di poche settimane, molti dei quali probabilmente avvelenati con esche contaminate da pesticidi agricoli.
Alle morti per avvelenamento, vanno aggiunti 9 uccisioni dovute a traumi o altre cause, 8 casi legati a bracconaggio o uccisioni illegali con arma da fuoco, 7 morti naturali o per malattie e altri 7 episodi legati a competizione tra animali o predazione. In Toscana, in particolare, alcuni lupi uccisi sono stati decapitati e lasciati esposti in luoghi pubblici, episodi che mostrano un livello di conflitto e ostilità verso la specie sempre più preoccupante.
La distribuzione geografica dei casi dimostra invece che il fenomeno riguarda ormai quasi tutta Italia. Il Piemonte guida la classifica con 33 lupi morti, seguito da Abruzzo e Toscana con 29 casi ciascuno ed Emilia-Romagna con 26. Poi arrivano Trentino con 12 casi, Puglia con 11, Lazio con 8, Basilicata con 7 e Campania e Lombardia con 6 ciascuna.
Muoiono già più lupi di quelli che potremmo abbattere per ridurre i conflitti

Tutto questo avviene mentre l'ISPRA, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha aggiornato le quote massime teoriche di prelievo previste dal nuovo piano nazionale di gestione del lupo redatto in seguito al contestato declassamento dello status di protezione del lupo a livello Europeo, passato da "rigorosamente protetto" a solo "protetto". Secondo il nuovo schema, in Italia potrebbero essere abbattuti fino a 180 lupi complessivamente, distribuiti tra regioni e province autonome.
Le quote vengono calcolate applicando una soglia cautelativa pari al 5% della popolazione stimata. In pratica, si tratta del numero massimo di individui che, secondo il modello teorico elaborato da ISPRA, potrebbe essere rimosso senza compromettere la conservazione della specie. Il problema è che in diverse regioni il numero di lupi già morti supera ampiamente queste soglie teoriche ancora prima di qualsiasi eventuale abbattimento autorizzato.
In Abruzzo, per esempio, la quota ISPRA sarebbe di 9 lupi, ma dall'inizio dell'anno ne sono già stati trovati morti 29. In Emilia-Romagna i morti sono 26 contro una quota teorica di 15. In Piemonte 33 contro 23. In Toscana 29 contro 22. In Trentino 12 contro 6. In Lombardia 6 contro 4 e in Molise 5 contro 4. È questo il dato più politico e simbolico del rapporto diffuso dall'Osservatorio Lupo.
La mortalità reale causata dalle attività umane – tra incidenti, bocconi avvelenati e uccisioni illegali – in molti territori supera già i limiti teorici previsti per eventuali abbattimenti legali finalizzati a ridurre i conflitti con le attività umane e a implementare una maggiore accettazione sociale della specie.
Il nodo rimane la gestione dei conflitti

Nel frattempo, le tensioni sociali e politiche che ormai da anni sono scoppiate intorno al lupo continuano ad aumentare, nonostante il numero crescente di animali morti. Gli allevatori continuano a pagare il prezzo più alto, con animali colpiti ripetutamente da predazioni. A questo, si aggiungono una serie di altre situazioni considerate "critiche" e individuate dall'ISPRA, come presenza stabile di lupi vicino ai centri abitati e animali che mostrano comportamenti confidenti verso gli esseri umani.
Il ritorno del lupo in Italia viene spesso raccontato come una storia di successo della conservazione. E sicuramente lo è: la specie, che nel secolo scorso era quasi scomparsa, oggi è tornata a occupare gran parte della penisola e dell'arco alpino. Ma i numeri mostrano anche il lato più fragile e complesso di questo ritorno. La convivenza con un grande predatore richiede gestione, prevenzione, informazione e controllo del territorio.
È però evidente che da soli gli abbattimenti non bastano a ridurre conflitti e predazioni, come del resto dimostrano anche diversi studi recenti. Ne uccidiamo direttamente o indirettamente già più di quelli che potremmo "rimuovere" legalmente. E su questo punto che dovrebbero spingere – anche politicamente – lo stesso comparto zootecnico e le comunità che convivono con maggiori concentrazione di lupi: la gestione dei conflitti è un tema complesso che richiede interventi complessi, soprattutto in ottica di prevenzione.
Altrimenti il rischio è che il conflitto continui a crescere, trascinando con sé sia i lupi sia le comunità umane che condividono gli stessi spazi.