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16 Aprile 2026
20:37

Dieci lupi morti nel Parco d’Abruzzo, il direttore Sammarone: “Con esche avvelenate è strage di specie protette”

Dieci lupi morti ad Alfedena e Pescasseroli, in Abruzzo, uccisi probabilmente da esche avvelenate. La Procura di Sulmona apre un'inchiesta. A Fanpage.it il direttore del Parco d'Abruzzo, Luciano Sammarone, spiega: "Il veleno non è selettivo. Un caso che non siamo morti gli orsi"

Intervista a Luciano Sammarone
Direttore del Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise
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Nel pomeriggio di ieri, 15 aprile, cinque lupi sono stati trovati senza vita ad Alfedena, un'area contigua al Parco Nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise. Accanto ai resti c'erano delle esche avvelenate. Un episodio di eccezionale gravità che segue di pochi giorni un altro ritrovamento di cinque lupi morti a Pescasseroli, uccisi probabilmente anche loro dal veleno. Al momento, i resti dei dieci lupi si trovano nell'Istituto Zooprofilattico allo scopo di confermare le cause della morte e risalire alle sostanze che possono averla causata.

Un gesto che mette a rischio tutta la fauna selvatica, compreso l'orso marsicano, la sottospecie più rara al mondo. "Il veleno non è selettivo. È solo un caso che non sia già successo", dice a Fanpage.it, il direttore del Parco, Luciano Sammarone.

"Ieri ad Alfedena sono state trovate delle esche, mentre a Pescasseroli abbiamo trovato i resti di un animale, ma non c'erano evidenze di esche avvelenate. Avremo la conferma solo dopo il termine degli esami. La scena del crimine di Alfedena è molto più chiara, così come le probabilità che si sia trattato di un episodio di avvelenamento".

A trovare i resti ad Alfedena è stata una pattuglia di Guardiaparco in servizio nella zona del Comune, in località San Francesco. Le indagini di entrambi i casi sono coordinate dalla Procura di Sulmona. Le probabilità di trovare gli autori del gesto, però, non sono alte, a causa della fattispecie stessa del crimine: "Il dramma di questo fenomeno è che esiste un'infinità di sostanze in commercio e di metodi che si possono utilizzare. Inoltre, è molto difficile risalire all'autore perché parliamo di aree molto vaste nella natura. Spesso le esche vengono lasciate per lunghi periodi di tempo nelle zone in cui si sa che ci sono lupi. Questo riduce le possibilità di risalire all'identità dei delinquenti", sottolinea Sammarone.

Il precedente più recente è avvenuto due anni fa, quando ben nove lupi furono uccisi nel mese di maggio nella zona di Olmo di Bobbi. In quel caso gli esperti incaricati delle analisi accertarono l'uso del veleno, e gli autori del reato non furono mai identificati.

Per Sammarone, bisogna agire prima che episodi simili si verifichino: "Serve la deterrenza. Quando si verifica un incendio boschivo, le zone percorse dal fuoco vengono interdette per cinque anni. Nelle zone in cui succede questo si dovrebbe fare lo stesso: impedire caccia, pascolo e altre attività. Questa è la deterrenza, altrimenti le persone avranno sempre troppe possibilità di muoversi e resteranno impunite".

Per il Parco, due episodi avvenuti in pochi giorni, con modalità analoghe, rappresentano un segnale allarmante che non può essere sottovalutato né derubricato a "fatto isolato". Inoltre, segnala il direttore, "gli autori sono autentici delinquenti. Non hanno la consapevolezza del disastro che stanno facendo perché il veleno non è selettivo".

La paura è che possano essere colpiti, oltre ai lupi, anche gli orsi marsicani è concreto, e in questo caso le conseguenze sarebbero incalcolabili non solo per il Parco, ma per l'intera Europa. L'Appennino centrale italiano è infatti l'unico luogo in cui vive questa sottospecie di orso, la più rara al mondo e anche la più minacciata. Ne restano circa 60 individui. L'ultimo monitoraggio indica che i plantigradi stanno espandendo il loro areale oltre i confini dell'area protetta, un segnale positivo per la ripresa della specie, ma che aumenta anche i rischi di scontro con le attività dell'uomo.

"Gli orsi sono ovunque. Il mio terrore è che questo accada nelle loro zone. Sarebbe un danno assoluto per la biodiversità e per tutte le specie protette".

In Abruzzo la natura e la fauna selvatica non sono elementi neutri. Per alcuni borghi, soprattutto all'interno dell'area protetta, le attività turistiche legate al mondo naturalistico sono diventate colonne portanti dell'economia locale. In altre zone, soprattutto oltre il Monte Fucino, che divide fisicamente in due la regione, gli allevatori si sentono minacciati dalla competizione del lupo e dell'orso. Solo pochi anni fa, un imprenditore ha sparato e ucciso Amare, l'orsa più famosa al mondo, perché era entrata nel piccolo pollaio sul retro della sua casa.

Anche per questi avvelenamenti, gli occhi degli investigatori sono puntati sui due mondi tradizionalmente in conflitto con la fauna selvatica: allevatori e cacciatori.

"Quelli che hanno fatto questo gesto arrecano un danno non solo al territorio in cui vivono, ma anche alle categorie alle quali appartengono. In queste ore sto ricevendo chiamate di solidarietà da tutti, a cominciare da Confagricoltura. Siamo tutti dalla stessa parte, i criminali che hanno compiuto questo crimine vanno isolati".

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