
Per oltre vent'anni ha visto gli scimpanzé della comunità di Ngogo vivere serenamente insieme, stringere alleanze, collaborare e crescere i propri piccoli. Poi, quasi improvvisamente, qualcosa è cambiato. Una comunità che sembrava particolarmente unita si è divisa in due fazioni rivali, dando inizio a una lunga serie di scontri, aggressioni e uccisioni. Una vera e propria "guerra civile" tra scimmie, la prima documentata e descritta in maniera così dettagliata dai ricercatori.
A raccontare questa storia è John Mitani, primatologo statunitense di 72 anni che da oltre trent'anni studia gli scimpanzé del Parco Nazionale di Kibale, in Uganda. In un lungo approfondimento pubblicato dal Guardian, lo scienziato ha ripercorso la sua esperienza, dalle prime osservazioni nella foresta fino alla scoperta di un comportamento che ha cambiato profondamente il modo in cui conosciamo questi primati.
Una scoperta che, però, avrebbe preferito non fare. "È stato difficile assistere a tutto questo", ha raccontato Mitani, spiegando che vedere le scimmie che conosceva da decenni uccidersi a vicenda ha trasformato anche il suo rapporto con la ricerca.
Dalla convivenza pacifica alla guerra civile, com'è cambiata la comunità di scimpanzé di Ngogo

Quando Mitani arrivò per la prima volta nella foresta di Ngogo, nel 1995, rimase stupito dall'enorme numero di scimpanzé presenti. Insieme ai colleghi avrebbe poi contato quasi 200 individui appartenenti a un'unica grande comunità, la più grande mai osservata. Nello stesso anno fondò, insieme al primatologo David Watts della Yale University, il Ngogo Chimpanzee Project, uno dei più importanti progetti di ricerca a lungo termine sugli scimpanzé che vivono in natura.
All'inizio non fu semplice avvicinare le scimmie, che fuggivano appena si accorgevano della presenza dei ricercatori. Il primo a lasciarsi seguire fu un maschio adulto chiamato Hare, riconoscibile per una malformazione del palato. Mitani ricorda ancora l'emozione di quel momento: dopo anni di tentativi falliti, uno scimpanzé aveva finalmente imparato ad accettare la sua presenza.
Le osservazioni e gli studi successivi permisero di scoprire tanti aspetti fino a quel momento poco conosciuti della loro vita sociale. I maschi, per esempio, potevano sviluppare forti legami di anche senza essere imparentati, vere e proprie alleanze che aiutano a mantenere lo status sociale e il controllo del gruppo. Per circa vent'anni, nonostante le normali tensioni e rivalità, il gruppo rimase sempre unito. Poi, nel giugno del 2015, i ricercatori notarono qualcosa di mai visto prima.
Alcuni scimpanzé cominciarono a mostrarsi nervosi quando altri membri della stessa comunità si avvicinarono. Le scimmie iniziarono a fuggire, inseguirsi e a comportarsi come se stessero incontrando degli estranei. "All'improvviso, gli individui che stavo seguendo sono scappati giù per la collina senza una ragione apparente", ha ricordato Mitani al Guardian. "È scoppiato il caos. Hanno cominciato a correre e a inseguirsi".
Solo successivamente i ricercatori avrebbero poi compreso che quella giornata rappresentava uno dei primi segnali di una frattura destinata a diventare irreversibile.
Aggressioni e scontri che ha portato alla morte di nove maschi e 19 piccoli

Nel 2018 la grande comunità si era ormai separata in due gruppi distinti, uno occidentale e uno centrale. Gli scimpanzé che fino a pochi anni prima vivevano insieme avevano cominciato una vera e propria guerra. Da quel momento si sono susseguite aggressioni coordinate, incursioni nei territori occupati e uccisioni deliberate. Secondo Mitani, il conflitto ha provocato finora la morte di nove maschi e 19 piccoli.
Lo studio dettagliato di questo evento, pubblicato lo scorso aprile sulla rivista Science, rappresenta la prima vera testimonianza di come una comunità di scimpanzé possa spaccarsi e dividersi in due, innescando un violento conflitto tra ex membri dello stesso gruppo che può durare anni. Gli scimpanzé sono già noti per la loro capacità di organizzare aggressioni collettive e coordinate contro comunità vicine. In questo caso, però, gli avversari erano individui che fino a poco tempo prima avevano condiviso lo stesso territorio e le stesse relazioni sociali.
Non è in realtà la prima volta in assoluto che viene ipotizzato un fenomeno simile. Negli anni 60, anche Jane Goodall aveva osservato per la prima volta una serie di violenti scontri tra due gruppi di scimpanzé a Gombe, in Tanzania. Il caso di Ngogo, tuttavia, è stato ricostruito e descritto come mai prima d'ora grazie a decenni di osservazioni sistematiche che hanno permesso di seguire nel dettaglio cosa è accaduto e come sono cambiate le relazioni tra i vari individui.
Perché è scoppiata la guerra civile tra gli scimpanzé di Ngogo

Le cause della separazione non sono ancora del tutto chiare. Secondo i ricercatori, potrebbero aver contribuito soprattutto la morte di alcuni maschi anziani particolarmente influenti e che che tenevano unita la comunità. Ad aver contribuito possono essere stati anche i cambiamenti nelle gerarchie sociali e la diffusione di una malattia respiratoria probabilmente di origine umana che ha colpito le scimmie nel 2017, causando la morte di oltre 20 scimpanzé.
I ricercatori hanno inoltre documentato un risultato apparentemente paradossale: in seguito al conflitto, la fertilità delle femmine è aumentata, così come il tasso di sopravvivenza dei piccoli nati. È possibile che questo fenomeno sia legato allo stravolgimento dei legami sociali e ai cambiamenti nella competizione tra i vari gruppi, ma probabilmente è anche legato all'espansione territoriale in seguito alla divisione e a una maggiore disponibilità di cibo.
Le femmine nutrite meglio e più in salute, entrano in estro più spesso e portano avanti gravidanze più sane. I piccoli crescono con molto più cibo a disposizione e meno stress. È un vantaggio immediato e diretto che, tuttavia, non rende naturalmente meno drammatiche le conseguenze di questa drammatica guerra.
"Non volevo scrivere di tutto questo": il racconto dello scienziato

Per Mitani, tuttavia, la parte più difficile non è stata comprendere ciò che stava accadendo da un punto di vista scientifico, ma assistere a tutto questo in prima persona. In oltre trent'anni di ricerca ha trascorso complessivamente circa sette anni nella foresta di Ngogo, imparando a riconoscere gli scimpanzé uno per uno e seguendo le loro vite per generazioni. Vedere quelle scimmie che fino a poco prima i prendevano cura le une delle altre attaccarsi e uccidersi ha avuto un impatto profondo anche sul piano personale.
"Per i primi vent'anni tornare dagli scimpanzé era divertente. Non vedevo l'ora di andare a trovarli", ha raccontato. "Ma è diventato sempre più difficile tornare e assistere a queste uccisioni che continuano". Il primatologo ha ammesso di aver inizialmente faticato ad accettare quello che stava succedendo. Era convinto che la grande comunità di Ngogo avrebbe continuato a prosperare ancora per molti anni e non riusciva ad accettare che si stesse invece disgregando in maniera così violenta.
Anche per questo ha impiegato più di dieci anni prima di pubblicare lo studio che ha ricostruito questi eventi. "Credo di aver continuato a rimandare perché forse non volevo davvero scrivere di tutto questo", ha confessato. Eppure, nonostante la violenza osservata, Mitani invita a non interpretare il comportamento degli scimpanzé come una dimostrazione del fatto che anche gli esseri umani siano inevitabilmente portati alla guerra.
Noi e gli scimpanzé, così simili e così diversi

Gli scimpanzé, insieme ai bonobo, sono i nostri parenti evolutivi più stretti e condividiamo con loro tante caratteristiche biologiche e comportamentali. Ma le inevitabili somiglianze non devono farci dimenticare le differenze. Per esempio, nei bonobo non sono mai stati documentati conflitti paragonabili a quello di Ngogo, anche se recentemente stanno emergendo anche in questi primati "lati oscuri" probabilmente sottovalutati in passato anche a causa dell'idea un po' romanticizzata che ci siamo fatti di queste scimmie.
"Molti di noi che studiano gli scimpanzé sottolineano le somiglianze, e per buone ragioni", ha spiegato Mitani. "Ma quando si tratta di comportamenti, a volte penso che i miei colleghi si spingano un po' troppo oltre. Se c'è una cosa che ho imparato studiando gli scimpanzé in tutti questi anni, è che non sono noi".

La guerra di Ngogo mostra quanto possano essere complesse e mutevoli le società degli altri animali. Gli stessi scimpanzé capaci di costruire legami, alleanze, cooperare e mantenere rapporti sociali per decenni possono arrivare, in determinate circostanze, a considerare nemici le stesse scimmie con cui hanno condiviso gran parte della loro vita.
Mitani continua ancora oggi a tornare nella foresta ugandese, nonostante l'età e gli inevitabili acciacchi fisici. È preoccupato per il futuro dei finanziamenti alla ricerca, ma anche per quello degli stessi scimpanzé, minacciati soprattutto dalle attività umane e dalla progressiva perdita di habitat. Dopo oltre trent'anni, è però convinto che le scimmie di Ngogo abbiano ancora molto da insegnarci. E spera che conoscere meglio la complessità delle loro vite possa contribuire a far comprendere perché sia così importante proteggerli, indipendentemente da quanto i loro comportamenti ci somiglino o ci risultino spesso difficili da accettare.