Far parlare due IA in un colloquio di lavoro è l’esperimento definitivo sul futuro che ci aspetta
Graham Dot Zip è un creator che si diverte un mondo a prendere in giro i limiti e i difetti dell'intelligenza artificiale. Il suo canale YouTube conta oltre 26.500 iscritti e alcuni suoi video hanno raccolto milioni di visualizzazioni grazie a ingegnosi esperimenti che mostrano quanto possano essere assurde le conversazioni con character virtuali gestiti dall'IA. La sua ultima trovata è stata pubblicata lo scorso 13 ottobre e ha portato la provocazione a un livello successivo: se un'azienda affida il colloquio per un posto di lavoro a un'intelligenza artificiale, perché un candidato non dovrebbe fare lo stesso? Graham ha così mandato un proprio agente IA a confrontarsi con quello incaricato di selezionarlo, restando a guardare lo spettacolo.
"L'azienda ha inviato un recruiter basato sull'intelligenza artificiale per intervistarmi", ha spiegato il creator. "Così ho mandato un'IA a rappresentarmi. Dopodiché, mi sono seduto durante l'incontro e ho guardato i due discutere della mia carriera".
Il colloquio surreale: errori, incomprensioni e saluti infiniti
L'esperimento ha visto come protagonisti due personaggi virtuali: Pat, il recruiter, e Victor, l'agente creato per rappresentare Graham. Tra movimenti ripetitivi, espressioni "scattose" e interazioni fredde e generiche – proprio come quando parliamo a un bot – i due interlocutori artificiali hanno iniziato a discutere della posizione da ricoprire. Il creator, intanto, assisteva alla conversazione, pronto a intervenire in caso di necessità. E i problemi non sono affatto mancati. A un certo punto Victor ha cominciato ad attribuire al suo assistito responsabilità manageriali che non gli sono mai appartenute, descrivendo in modo molto impreciso la sua esperienza professionale. Graham si è quindi trovato costretto a correggere il proprio rappresentante, che sembrava incapace di distinguere tra informazioni plausibili e dati effettivamente corretti. Una sensazione familiare per chiunque si affidi con una certa frequenza all'IA per fare ricerche su argomenti complessi.
Il momento più divertente è però arrivato quando Pat ha chiesto a Victor quali fossero le aspettative salariali del candidato. L'agente ha risposto che Graham sarebbe stato disposto ad accettare circa 60.000 dollari all'anno. Una cifra ben lontana dalle intenzioni del creator, che puntava invece a uno stipendio compreso tra i 140.000 e i 150.000 dollari. Nonostante le indicazioni ricevute, Victor non riusciva proprio a difendere gli interessi del proprio assistito, mentre il recruiter artificiale non era disposto a superare i 90.000 dollari annui. Con i tempi di un comedian consumato, Graham ha quindi deciso di fare l'unica cosa possibile: infilarsi la giacca, andarsene e lasciare che i due sistemi proseguissero autonomamente la conversazione.
Anziché trovare un accordo, però, gli agenti hanno finito per incagliarsi in un'interminabile sequela di ringraziamenti affettati e saluti. Ogni formula di cortesia generava una nuova risposta, in un loop di formalità che impediva di chiudere la chiamata. È dovuto intervenire lo stesso Graham a troncare di netto il collegamento.
Uno scenario tragicomico ma sempre più attuale
Ora, al di là del tono ridicolo del video, l'idea di Graham ha aperto uno squarcio su come l'IA venga utilizzata in sempre più settori che, fino a qualche anno fa, reputavano terreno esclusivo dell'iniziativa umana. E anche se, come ipotizzato da alcuni utenti nei commenti, si trattasse di uno sketch costruito ad arte, la questione sollevata resta quanto mai reale.
Negli ultimi due anni l'IA è entrata sempre di più nei processi di selezione del personale. Su Fanpage.it ce ne occupiamo già da tempo (vi lasciamo un articolo a riguardo). Basta fare una ricerca sul web per imbattersi in professionisti ed esperti di recruiting che offrono consigli su come scrivere il proprio curriculum per passare il primo filtro di selezione affidato immancabilmente all'IA. Non mancano però casi più estremi, anche molto recenti. Proprio qualche giorno fa, la giornalista e scrittrice Giselle Au-Nhien Nguyen ha raccontato sul Guardian quella che ha definito "un'esperienza traumatica e disumanizzante" durante un colloquio condotto da un'intelligenza artificiale. Candidatasi per un posto in un asilo nido, dopo aver inviato il CV si è ritrovata a rispondere alle domande preimpostate di un assistente virtuale. Alla fine ha preferito ritirare la candidatura. Un anno fa era stato invece Richard Stott, un giovane comico e scrittore inglese, ad accendere i riflettori sul fenomeno: "Ho rifiutato un colloquio di lavoro perché mi hanno detto che sarebbe stato condotto da un chatbot. È davvero frustrante: sembrava una buona opportunità e ho bisogno di soldi, ma no, non lo avrei mai accettato", aveva raccontato. Il futuro in cui sarà un algoritmo a decidere su sogni e carriere appare sempre più vicino. Personalmente, non vorrei farne parte.