Primi segnali di Alzheimer già dai 45 anni: i risultati dello studio Dunedin su pTau181

I primi segnali di Alzheimer potrebbero manifestarsi già a partire dai 45 anni. Lo suggerisce una nuova analisi basata sui dati del Dunedin Multidisciplinary Health and Development Study, un ampio studio longitudinale che monitora salute e sviluppo di oltre 1.000 persone in Nuova Zelanda. Esaminando i livelli della proteina pTau181 nel plasma, noto biomarcatore dell’Alzheimer, i ricercatori hanno osservato che i partecipanti che riferivano difficoltà legate alla memoria e alle capacità cognitive presentavano quantità più elevate della proteina già nella mezza età. Al contrario, le scansioni cerebrali effettuate tramite risonanza magnetica non mostravano alterazioni misurabili.
La ricerca, appena pubblicata sulla rivista GeroScience, è stata guidata dalla dottoressa Ashleigh Barrett-Young del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Otago. Secondo la ricercatrice, i risultati rafforzano l’ipotesi che i processi biologici associati alla malattia possano iniziare decenni prima della comparsa dei sintomi clinici. “Questo significa che potrebbe esserci un’importante finestra di opportunità per la prevenzione, che rimane uno degli approcci più promettenti per la malattia di Alzheimer” ha spiegato Barrett-Young.
L’analisi dei dati del Dunedin Study a 45 anni
Nell’ambito della valutazione effettuata nel Dunedin Study a 45 anni, i partecipanti allo studio hanno segnalato eventuali problemi cognitivi e completato una serie di test neuropsicologici dettagliati. I ricercatori hanno inoltre confrontato i dati con le misurazioni dell’età biologica ottenute tramite gli strumenti DunedinPACE e con le immagini cerebrali raccolte con risonanza magnetica.
“I risultati indicano che cambiamenti molto sottili nelle funzioni cognitive potrebbero emergere prima che diventino rilevabili attraverso gli strumenti clinici o le tecniche di imaging” ha aggiunto Barrett-Young, sottolineando tuttavia che saranno necessari ulteriori ricerche per comprendere in che modo questi segnali precoci siano collegati allo sviluppo successivo della malattia.
Gli autori precisano inoltre che livelli più elevati di pTau181 non rappresentano una diagnosi certa di Alzheimer, ma riflettono un rischio di malattia. D’altra parte, è interessante notare che l’analisi non ha riscontrato alcuna associazione tra il biomarcatore pTau181 e i parametri rilevati tramite risonanza magnetica cerebrale o le prestazioni nei test cognitivi all'età di 45 anni.
Questa mancata associazione potrebbe avere almeno due possibili spiegazioni. “Forse la proteina pTau181 aumenta durante le prime fasi della malattia di Alzheimer, quando le persone iniziano a notare un peggioramento della memoria, ma le risonanze magnetiche non hanno ancora evidenziato cambiamenti. Oppure – ha concluso Barret-Young – potrebbe darsi che livelli elevati di pTau181 non siano correlati al rischio di malattia di Alzheimer in età adulta, e che la proteina sia utile solo per la diagnosi di Alzheimer negli anziani”.