Test del sangue può prevedere l’Alzheimer decenni prima dei sintomi: lo studio su Nature Communications

Un esame del sangue sperimentale può prevedere la comparsa dell’Alzheimer decenni prima della manifestazione dei sintomi tipici della malattia neurodegenerativa, come perdita di memoria, alterazioni del linguaggio, dell’orientamento e del comportamento. È quanto emerso da un nuovo studio pubblicato su Nature Communications, nel quale i ricercatori hanno determinato che i livelli di uno specifico biomarcatore ematico – la proteina tau fosforilata 217 (pTau217) – sono strettamente associati all’accumulo di placche di beta amiloide e allo sviluppo del declino cognitivo. In sostanza, concentrazioni elevate di questa proteina possono prevedere la traiettoria verso lo sviluppo dell’Alzheimer, la principale forma di demenza al mondo, che colpisce circa 50 milioni di persone secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un dato destinato a triplicare nei prossimi 25 anni.
È doveroso sottolineare che le placche di beta amiloide, proteine “appiccicose” che si accumulano nel tessuto cerebrale insieme ai grovigli di proteina tau, pur essendo associate alla neurodegenerazione e alla malattia di Alzheimer svolgono un ruolo controverso: non è ancora chiaro se rappresentino una causa o una conseguenza. Non a caso, un recente studio dell’autorevole associazione Cochrane ha determinato che i nuovi anticorpi monoclonali in grado di rimuovere la beta amiloide dal cervello hanno un impatto nullo o limitato sul rallentamento del declino cognitivo e sulla progressione della malattia. In precedenza, trial clinici avevano suggerito effetti protettivi fino al 39 percento, un risultato considerato storico, ma oggi fortemente messo in discussione.
A determinare che i livelli del biomarcatore pTau217 rilevabili con un semplice esame del sangue possono prevedere il rischio di Alzheimer molti anni prima della comparsa dei sintomi è stato un team statunitense guidato da scienziati del Brigham and Women’s Hospital e del Massachusetts General Hospital di Boston, in collaborazione con i colleghi di C2N Diagnostics LLC e della Harvard Medical School. I ricercatori, coordinati dal professor Hyun Sik Yang, neurologo presso il Mass General Brigham Neuroscience Institute e il Broad Institute del MIT e di Harvard, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto uno studio approfondito su oltre 300 individui tra i 50 e i 90 anni, cognitivamente sani al basale e partecipanti all’Harvard Aging Brain Study (HABS). È doveroso ricordare che la diagnosi di Alzheimer può essere confermata al 100 percento solo dopo la morte del paziente (tramite analisi istologica). Tuttavia, oggi sono disponibili diversi esami diagnostici e valutazioni cognitive che permettono di accertare la malattia con un’accuratezza molto elevata. Le persone a rischio possono sottoporsi a scansioni cerebrali PET (tomografia a emissione di positroni), in grado di rilevare l’accumulo di amiloide anni prima dei sintomi. Il biomarcatore pTau217 oggetto dello studio risulta rilevabile ancora prima che le scansioni mostrino alterazioni.
Il professor Yang e colleghi hanno sottoposto i partecipanti a esami del sangue per misurare i livelli di pTau217, a diverse PET per rilevare amiloide e tau e a test cognitivi ripetuti, osservando la traiettoria verso l’Alzheimer in un periodo follow-up medio di 8 anni (fino a oltre 13 anni). I ricercatori hanno osservato che i livelli della proteina rappresentano un biomarcatore molto precoce e sensibile nel prevedere la manifestazione della demenza. Livelli bassi di pTau217 indicavano un rischio minimo di sviluppare accumulo di placche di beta amiloide e grovigli di tau negli anni successivi, mentre valori più alti erano associati a un accumulo rapido e significativo delle proteine patologiche, con conseguente rischio di declino cognitivo. In sostanza, i livelli di pTau217 nel plasma di persone sane al basale risultano essere un indicatore potenzialmente rilevante per identificare chi sta entrando nella fase preclinica dell’Alzheimer, dunque prima della positività alla PET e anni prima dei sintomi.
“Ciò che ha colpito maggiormente del nostro studio è che, anche quando le scansioni dell’amiloide risultano normali, il biomarcatore pTau217 è in grado di identificare gli individui che in seguito diventeranno amiloide positivi. Inoltre, dimostra che coloro che presentano bassi livelli di pTau217 hanno maggiori probabilità di rimanere amiloide negativi per diversi anni”, ha affermato Yang in un comunicato stampa. Alla luce di questi risultati, non è impossibile immaginare che questo semplice esame del sangue possa diventare uno strumento di screening precoce molto prezioso, al fine di identificare i pazienti a rischio di progressione verso l’Alzheimer molto prima degli attuali test standardizzati, con vantaggi per trattamento e monitoraggio. Potrebbe inoltre rappresentare un’alternativa più economica e meno invasiva rispetto alla puntura lombare o alle scansioni PET.
È tuttavia importante sottolineare che l’accumulo di beta amiloide non implica necessariamente l’evoluzione verso l’Alzheimer, ma un maggiore accumulo è stato spesso associato a un aumento della tau neocorticale e al successivo declino cognitivo. Del resto, nei soggetti con accumulo molto basso di beta amiloide (inferiore al 2,6 percento), il biomarcatore pTau217 non prediceva la successiva positività né il declino cognitivo. I dettagli della ricerca “Plasma phosphorylated tau 217 and longitudinal trajectories of Aβ, tau, and cognition in cognitively unimpaired older adults” sono stati pubblicati su Nature Communications.