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Alzheimer, studio Cochrane smonta gli anticorpi monoclonali: “Effetti su declino cognitivo e demenza limitati o nulli”

Un importante studio condotto da scienziati dell’associazione Cochrane ha determinato che gli anticorpi monoclonali hanno un’efficacia limitata o nulla contro i sintomi del declino cognitivo e la progressione della demenza. I risultati dovranno essere approfonditi da ulteriori indagini.
A cura di Andrea Centini
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Un nuovo importante studio ha messo seriamente in discussione l’efficacia dei farmaci di nuova generazione contro il morbo di Alzheimer, la principale forma di demenza al mondo. Secondo la revisione condotta da scienziati affiliati alla prestigiosa associazione sanitaria Cochrane, gli anticorpi monoclonali che mirano a eliminare le placche di beta amiloide nel cervello (proteine “appiccicose” fortemente associate alla neurodegenerazione e alla demenza, insieme ai grovigli di tau) non offrirebbero benefici significativi contro il declino cognitivo rispetto al placebo, né ridurrebbero la gravità dei sintomi della demenza. Inoltre, aumenterebbero in modo sostanziale il rischio di edema cerebrale (oltre 10 volte) e quello di microemorragie cerebrali, pur senza determinare un incremento di altre reazioni avverse gravi o della mortalità. Gli unici benefici rilevabili sono modesti e riguardano alcune funzioni quotidiane più complesse, come l’aderenza alle terapie farmacologiche (assumere i farmaci quando necessario) o la gestione del denaro.

La nuova revisione smorza quindi i toni entusiastici che avevano accompagnato l’arrivo di questi farmaci, accolti con grande interesse dalla comunità scientifica, dalle associazioni di pazienti e dai familiari, alla luce dei risultati preliminari dei trial clinici. Uno di questi anticorpi monoclonali, il donanemab, aveva mostrato nei trial la capacità di rallentare fino al 35% il declino cognitivo e fino al 39% la progressione verso l’Alzheimer. Ma la revisione, che prende in esame diversi di questi farmaci, racconta una storia diversa. Lo studio è stato condotto da un team internazionale guidato da scienziati italiani dell’Unità di Epidemiologia e Statistica dell’IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna, in collaborazione con colleghi di vari istituti. Tra quelli coinvolti il Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS; il Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche per Bambini e Adulti dell’Università di Modena e Reggio Emilia; l’Azienda USL – IRCCS di Reggio Emilia; e il Dipartimento di Neurologia del Centro Medico Universitario Radboud di Nimega (Paesi Bassi).

I ricercatori, guidati dal professor Francesco Nonino, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato 17 studi condotti in diversi Paesi, per un totale di oltre 20.000 pazienti con età media compresa tra 70 e 74 anni. Tutti erano stati trattati con anticorpi monoclonali diretti contro le placche di beta amiloide, tra cui – oltre al donanemab – lecanemab, aducanumab, gantenerumab, solanezumab e altri farmaci molto discussi negli ultimi anni. I partecipanti avevano una diagnosi di declino cognitivo lieve o lieve demenza da Alzheimer. È rilevante sottolineare che tutti gli studi erano randomizzati con placebo, avevano una durata minima di 12 mesi e risultavano finanziati dalle aziende produttrici dei farmaci.

Dall’analisi dei dati è emerso che, a 18 mesi dal trattamento, i farmaci in grado di rimuovere gli accumuli proteici dal tessuto nervoso hanno determinato poca o nessuna differenza nel declino cognitivo, con un effetto limitato e non statisticamente significativo. Anche per la gravità della demenza è stato osservato un impatto minimo o nullo sulla progressione della malattia, ben lontano dalle percentuali rilevanti emerse in alcuni studi specifici. Per quanto riguarda le attività quotidiane e complesse, sono stati rilevati solo benefici marginali rispetto al placebo, come fare la spesa, usare i mezzi pubblici o assumere correttamente i farmaci. Sul fronte degli effetti collaterali, il professor Nonino e colleghi hanno rilevato un incremento importante del rischio di ARIA E (Amyloid Related Imaging Abnormalities – edema cerebrale), superiore di oltre 10 volte rispetto al placebo. Anche le ARIA H (microemorragie) risultavano aumentate. Nonostante ciò, non sono stati osservati incrementi di altre reazioni avverse gravi né della mortalità per qualsiasi causa.

In sintesi, la ricerca conclude che la rimozione delle placche di beta amiloide tramite anticorpi monoclonali non offre benefici clinicamente rilevanti per i pazienti con declino cognitivo lieve o lieve demenza, e che il rapporto rischi/benefici non è favorevole, anche considerando i costi elevati delle procedure necessarie (PET, infusioni, risonanze magnetiche ripetute), che potrebbero incidere sull’equità di accesso alle cure. Lo studio presenta alcuni limiti – come la durata relativamente breve degli studi e la presenza di edema cerebrale – ma i risultati sono comunque significativi e richiedono ulteriori approfondimenti. I dettagli della revisione, intitolata “Amyloid beta targeting monoclonal antibodies for people with mild cognitive impairment or mild dementia due to Alzheimer’s disease”, sono stati pubblicati sul Cochrane Database of Systematic Reviews.

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