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Cambiamenti climatici

Solo 80mila persone respirano aria davvero pulita sulla Terra: abbiamo inquinato l’intero pianeta

Uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health ha dimostrato che solo lo 0,001% dell’umanità non è esposto a livelli dannosi di particolato sottile PM 2.5.
A cura di Andrea Centini
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Abbiamo inquinato – e stiamo inquinando – talmente tanto il nostro pianeta che solo lo 0,18 percento della superficie della Terra è espostao a livelli “sicuri” di particolato sottile PM 2.5, cioè le infinitesime particelle di smog con un diametro uguale o inferiore ai 2,5 micrometri. In termini di popolazione umana, soltanto lo 0,001 percento degli esseri umani – cioè 80mila su 8 miliardi – respira aria che possiamo considerare realmente pulita. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la soglia di sicurezza in termini di media annua è di appena 5 microgrammi di PM 2.5 per metro cubo di aria, inoltre non dovrebbero essere superati i 15 µg/m3 per più di 3 – 4 giorni all'anno. Innanzi a questi numeri non c'è da stupirsi che solo in Europa perdono la vita 240mila persone ogni anno a causa dello smog (24mila in Italia), mentre a livello globale si stimano tra i 7 e gli 8 milioni di decessi annui. Inoltre più inquiniamo e più immettiamo gas a effetto serra in atmosfera, catalizzando i cambiamenti climatici, la principale minaccia esistenziale per l'umanità.

A determinare che solo 80mila persone respirano aria pulita e che soltanto lo 0,18 percento della Terra non è esposto a livelli dannosi di PM 2.5 è stato un copioso team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Scuola di Salute Pubblica e Medicina Preventiva dell'Università Monash di Melbourne (Australia), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Jiangsu Collaborative Innovation Center of Atmospheric Environment and Equipment Technology dell'Università delle Scienze e della Tecnologia di Nanchino (Cina) e dell'Accademia Cinese delle Scienze Meteorologiche. I ricercatori, coordinati dal professor Yuming Guo, membro della Air Quality Research Unit presso l'ateneo australiano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto un sofisticato studio di modellazione a partire dai dati raccolti tra il 1° gennaio 2000 e il 31 dicembre 2019 sulle concentrazioni di particolato sottile nell'aria. In tutto sono state coinvolte circa 5.500 stazioni di monitoraggio di 65 Paesi. Attraverso una procedura di apprendimento automatico chiamata deep ensemble machine learning (DEML) e l'inserimento di altri dati gli scienziati hanno calcolato la concentrazione di PM 2.5 anche nelle aree non coperte dalle stazioni di rilevamento.

Incrociando tutti i dati è emerso che a livello globale (in 175 paesi) la concentrazione media annuale di PM 2.5 nel periodo 2000 – 2019 è stata stimata in ben 32,8 microgrammi per metro cubo, molto più della soglia di sicurezza indicata dall'OMS. Nel 2019 solo lo 0,18 percento della superficie della Terra globale e lo 0,001 percento della popolazione mondiale (le 80mila persone di cui sopra) sono stati esposti a una media annuale al PM 2.5 con concentrazioni inferiori a 5 microgrammi per metro cubo di aria. Sempre a livello globale, in più del 70 percento dei giorni la concentrazione media giornaliera è stata superiore a 15 μg/m3. Il professor Guo e colleghi hanno osservato una riduzione del particolato sottile in Europa e in Nord America, grazie all'introduzione di leggi più severe contro l'inquinamento, tuttavia è stato anche registrato un significativo aumento in Asia Meridionale, Australia, Nuova Zelanda, America Latina e Caraibi.

La qualità peggiore dell'aria si trova in Asia meridionale e orientale, dove in ben il 90 percento dei giorni le concentrazioni giornaliere di PM 2.5 sono risultate superiori ai 15 microgrammi per metro cubo di aria. Le concentrazioni medie annue più elevate sono state registrate in Asia orientale, con 50,0 µg/m3, seguite da quelle dell'Asia meridionale (37,2 µg/m3) e dell'Africa settentrionale (30,1 µg/m3). L'aria più pulita si respira invece in Australia e Nuova Zelanda (8,5 µg/m3), in altre regioni dell'Oceania (12,6 µg/m3 ) e dell'America Meridionale (15,6 µg/m3), nonostante il peggioramento osservato da Guo e colleghi. Le concentrazioni non sicure di particolato sottile avevano anche una stagionalità, in base alla regione presa in esame; ad esempio in Nord America il particolato sottile risulta più elevato nel periodo estivo, mentre in Cina e in India lo è tra dicembre e febbraio.

“Lo studio è importante perché fornisce una profonda comprensione dello stato attuale dell'inquinamento dell'aria esterna e dei suoi impatti sulla salute umana. Con queste informazioni, i responsabili politici, i funzionari della sanità pubblica e i ricercatori possono valutare meglio gli effetti sulla salute a breve e lungo termine dell'inquinamento atmosferico e sviluppare strategie di mitigazione dell'inquinamento atmosferico”, ha affermato il professor Guo in un comunicato stampa.

Ricordiamo che il particolato sottile 2.5 è considerato il più pericoloso in assoluto a causa delle ridotte dimensioni delle particelle, in grado di penetrare in profondità nei polmoni e scatenare gravi patologie respiratorie e cardiovascolari, dalla broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) al cancro al polmone, passando per ictus e infarto. Un recente studio scozzese ha inoltre rilevato particelle di smog anche nel sangue, nel cervello e in altri organi dei feti, dimostrando quanto è pervasivo e pericoloso l'inquinamento atmosferico. I dettagli della ricerca “Global estimates of daily ambient fine particulate matter concentrations and unequal spatiotemporal distribution of population exposure: a machine learning modelling study” sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet Planetary Health.

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