Le pitture rupestri hanno resistito decine di migliaia di anni grazie a uno scudo naturale invisibile
Nel cuore delle colline delle Cirque d'estre, incastonate nella regione dell'Alvernia-Rodano-Alpi nella Francia meridionale, nel 1994 lo speleologo Jean-Marie Chauvet assieme a due amici scoprì quella passata alla storia come grotta di Chauvet. Si tratta di un magnifico sito del Paleolitico superiore che custodisce straordinarie opere d'arte rupestre, realizzate fra 32.000 e 37.000 anni fa. Esse raffigurano principalmente animali preistorici come mammut, cavalli, rinoceronti delle steppe, orsi delle caverne (di cui sono state rinvenute anche le ossa), leoni delle caverne e molti altri, una testimonianza senza precedenti delle capacità artistiche e simboliche dei nostri antenati.
Un dettaglio interessante di queste vere e proprie opere d'arte preistoriche risiede nel loro incredibile stato di conservazione, nonostante le decine di migliaia di anni trascorse da quando furono realizzate da mani abili e raffinate. Grazie a una nuova ricerca pubblicata su ACS Omega, gli scienziati hanno svelato il segreto di questa lunghissima esistenza: uno strato di carbonato di calcio (calcite) trasparente più o meno spesso, depositatosi nel corso degli anni sui disegni grazie allo scorrere dell'acqua. In sostanza, si è formata una sorta di vernice protettiva naturale che ha custodito per tutto questo tempo le splendide opere, come un vero e proprio scudo invisibile.
A scoprire lo strato di calcite sulle pitture rupestri della grotta di Chauvet è stato un team di ricerca francese guidato da scienziati del CNRS – Laboratorio di Archeologia Molecolare e Strutturale (LAMS) dell'Università della Sorbona, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del CNRS – Centre de Recherche et d'Études Pour l'Art Préhistorique (CREAP) dell'Università di Tolosa. I ricercatori, coordinati dal professor Philippe Walter, per analizzare le antichissime opere sono dovuti restare ad alcuni metri di distanza, perché innanzi alle pareti dipinte si trova il suolo pieno di impronte lasciate da uomini preistorici che hanno vissuto nella caverna. Alcune sono molto più recenti dei dipinti stessi, come quelle di un bambino del periodo Gravettiano, ma si tratta comunque di reperti estremamente preziosi.
Per questo motivo Walter e colleghi si sono affidati a uno strumento appositamente realizzato per illuminare le opere con fluorescenza ultravioletta (UVF) ad alcuni metri di distanza. Nel corso di migliaia di anni le pitture sono state esposte a infiltrazioni d'acqua, crescita di concrezioni minerali, alterazioni chimiche e attività biologiche che le hanno modificate, ma c'è stato un processo in particolare che ha permesso di proteggerle: il deposito di carbonato di calcio (o calcite), invisibile a occhio nudo. I ricercatori spiegano che i metodi tradizionali basati su XRF e Spettroscopia di Raman riescono a identificare la presenza di calcite, tuttavia non permettono di identificare la struttura dei vari strati. Così si sono affidati a questo strumento a luce ultravioletta, in grado di discernere la roccia calcarea originale della parete dalle concrezioni di calcite depositatesi sopra i disegni.

Illuminando la parete con luce UV a 365 nanometri, il professor Wlater e colleghi hanno osservato che il calcare della parete e la calcite sopra le pitture emettono una luce blu con picchi differenti, , a causa di impurità organiche al loro interno. Ma non solo. La calcite sui disegni, infatti, in alcuni punti emette anche una luce giallo-arancione, che secondo i ricercatori è legata a un processo di riscaldamento. Gli studiosi ipotizzano che gli uomini preistorici abbiano usato carboni incandescenti (o comunque molto caldi) per tratteggiare alcune delle loro opere; ciò ha alterato la struttura della calcite già presente sulla parete, facendo emergere il colore giallo-arancio con i raggi ultravioletti.
Grazie a questa tecnica i ricercatori hanno scoperto strati di calcite di vario spessore sulle pitture, che hanno agito come un vero e proprio scudo naturale in grado di proteggerle efficacemente per decine di migliaia di anni. Inoltre, almeno per alcuni disegni, si ritiene che gli autori abbiano utilizzato dei carboni caldissimi o incandescenti per tratteggiarli, un'ipotesi da confermare ma che suggerisce un notevole ingegno da parte dei nostri antenati. I dettagli della nuova, affascinante ricerca “In Situ Ultraviolet Fluorescence Spectroscopy for the Characterization of Translucent Calcite Coatings over Prehistoric Cave Art” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica ACS Omega.