Le api non trovano più i fiori a causa nostra
Gli agenti inquinanti derivati dai combustibili fossili alterano sensibilmente i profumi dei fiori, rendendone la ricerca molto più difficoltosa da parte delle api e di altri impollinatori. In sostanza, le sostanze inquinanti liberate costantemente nell'atmosfera dalle attività umane, come il traffico, il riscaldamento e la produzione di energia, hanno un impatto significativo sugli insetti coinvolti nell'impollinazione, con effetti profondi sulla biodiversità e sull'agricoltura. Molti prodotti agroalimentari, del resto, arrivano sulle nostre tavole proprio grazie al supporto dei preziosi impollinatori, ma a causa dei combustibili fossili stiamo riducendo sensibilmente le loro capacità. Gli insetti, inoltre, sono tra gli animali più colpiti dalla sesta estinzione di massa in corso, catalizzata proprio dalle attività antropiche, come l'immissione di anidride carbonica (CO2) e altri gas climalteranti in atmosfera, alla base del riscaldamento globale e, dunque, della crisi climatica. Non c'è da stupirsi che diversi studi abbiano osservato un vero e proprio tracollo nel numero di insetti negli ultimi decenni.
A determinare che il profumo dei fiori viene alterato dagli inquinanti associati ai combustibili fossili è stato un team di ricerca britannico composto da scienziati del Dipartimento di Scienze Alimentari e Nutrizionali e della Facoltà di Agricoltura, Politiche e Sviluppo dell'Università di Reading. I ricercatori, coordinati dal professor James MW Ryalls, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto una meta-analisi sui risultati di 22 studi sperimentali. Sono state prese in considerazione 87 misurazioni differenti. Gli autori dello studio si sono concentrati sugli effetti di due fra i principali inquinanti atmosferici: l'ozono (O₃) e gli ossidi di azoto, come il monossido di azoto (NO) e il biossido di azoto (NO₂). Quest'ultimo è una nota sostanza tossica e irritante per le vie respiratorie, associata a numerose patologie legate allo smog. È prodotto dalla combustione ad alta temperatura nei motori diesel e a benzina (soprattutto nei primi) ma viene emesso anche da centrali termoelettriche, caldaie, generatori e altre fonti. L'ozono è invece un inquinante secondario che si forma dall'interazione fra ossidi di azoto, composti volatili e luce solare.
Il professor Ryalls e colleghi hanno osservato che gli inquinanti, reagendo con i composti organici volatili emessi dai fiori, ne alterano il profumo e quindi la firma chimica percepibile dagli impollinatori. Gli ossidi di azoto riducono le capacità degli impollinatori di trovare i fiori del 46 percento, mentre l'ozono del 42 percento. L'effetto combinato dei due non è una semplice somma, ma si traduce in una riduzione del 68 percento, per via del fatto che gli inquinanti interagiscono tra loro e si neutralizzano parzialmente. I ricercatori hanno rilevato che questi agenti non hanno effetti di mortalità immediata; tuttavia, rendono molto più difficoltosa la ricerca del cibo, con conseguenze particolarmente gravi sugli impollinatori specialisti, cioè quelli legati a una o poche specie di piante. Fra essi figurano alcune falene, le vespe del fico e varie altre specie non ancora studiate a fondo. Gli insetti più generalisti, che si affidano a una maggiore varietà di fiori, hanno meno difficoltà a sopravvivere in un ambiente così alterato; ciò nonostante, le conseguenze si fanno sentire per tutte le specie che utilizzano l'olfatto per individuare le fonti di polline.
I ricercatori spiegano che l'ozono ha anche effetti sulla vitalità del polline e può compromettere la formazione di frutti e semi, oltre ad alterare le caratteristiche dei fiori, spesso “progettati” dalla selezione naturale proprio per attirare determinate specie di impollinatori. Gli studiosi ritengono che fino al 2050 gli insetti continueranno a essere esposti a queste difficoltà, cioè fino a quando le fonti rinnovabili e la ricerca della neutralità carbonica non inizieranno a prevalere nettamente sui combustibili fossili. La decisione di posticipare al 2035 il divieto di vendita di nuove auto a benzina e diesel potrebbe avere un ulteriore impatto sugli impollinatori, la cui ripresa potrebbe iniziare solo fra alcuni decenni.
“Si prevede che i livelli di ozono continueranno ad aumentare fino al 2050 circa, anche se le emissioni di NOx inizieranno a diminuire con l'abbandono dei combustibili fossili a livello globale. Questo creerà un periodo difficile per gli impollinatori nei prossimi due o tre decenni. Una volta che i combustibili più puliti saranno pienamente operativi, i livelli di ozono dovrebbero diminuire, dando agli impollinatori la possibilità di riprendersi”, ha spiegato in un comunicato stampa il professor Ryalls. Finché non verrà ridotto drasticamente l'uso dei combustibili fossili, la situazione è destinata a peggiorare per questi preziosi animali. I dettagli della ricerca “Pollinator risks and recovery from air pollutant interactions during the fossil-fuel transition” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Frontiers in Ecology and the Environment.