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La grave demenza che ha Bruce Willis evolve più lentamente in chi ha questa piega nel cervello

Un team di ricerca internazionale guidato da scienziati svedesi ha scoperto che in chi ha il solco paracingolato nel cervello, una piega che non tutti sviluppano, i sintomi della demenza frontotemporale si manifestano con anni di ritardo. Si tratta della grave forma di demenza precoce che ha colpito Bruce Willis: la sopravvivenza media è di 8 anni dopo la diagnosi.
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A cura di Andrea Centini
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I ricercatori hanno scoperto che, nelle persone con una specifica piega nel cervello chiamata solco paracingolato, i sintomi di una grave malattia neurodegenerativa precoce chiamata “demenza frontotemporale” compaiono con anni di ritardo. La patologia è balzata agli onori della cronaca internazionale all'inizio di quest'anno, quando l'attrice Demi Moore annunciò che ne è affetto l'ex marito e collega Bruce Willis. Le condizioni del celebre attore di Hollywood sarebbero peggiorate sensibilmente in questi giorni; secondo indiscrezioni citate da Closer, infatti, non sarebbe più in grado di riconoscere nemmeno la ex moglie.

La demenza frontotemporale è una forma molto rara di demenza (colpisce circa un paziente su venti affetti dalla condizione) ed è a esordio precoce; se infatti il morbo di Alzheimer – la principale demenza al mondo – e patologie affini colpiscono principalmente nella terza età, pur non mancando casi eccezionali in giovani e giovanissimi, i primi sintomi della demenza frontotemporale esordiscono generalmente tra i 50 e i 60 anni (Bruce Willis ne ha compiuti 68 quest'anno). Come spiegato in un articolo su The Conversation dal dottor Luke Harper, dottorando in Neurologia presso l'Università di Lund (Svezia), i sintomi di questa malattia riguardano inizialmente “il comportamento, la personalità e l'abilità linguistica” – nell'attore di Hollywood aveva esordito proprio con difficoltà nella comunicazione – e solo nelle fasi avanzate della patologia viene compromessa la memoria. In pratica, avviene l'inverso di ciò che accade con altre forme di demenza più comuni.

Sebbene circa il 50 percento dei casi di demenza frontotemporale ha un forte legame genetico / ereditario, per gli altri non si conoscono ancora i fattori scatenanti. Per far luce su questa enigmatica malattia i ricercatori si sono concentrati su una particolare piega del cervello chiamata solco paracingolato, che non tutti sviluppano durante la formazione del cervello. In alcune persone si forma solo nell'emisfero destro o sinistro, in tutti e due o in nessuno dei due. Poiché studi precedenti avevano trovato associazioni positive tra la presenza del solco paracingolato e la funzionalità cognitiva (chi ce l'ha a sinistra può avere migliori capacità di controllo e memoria), un team di ricerca internazionale guidato dal dottor Harper ha voluto verificare la relazione con la demenza frontotemporale.

Gli studiosi hanno coinvolto nello studio 186 pazienti cui era stata diagnosticata la demenza frontotemporale non legata all'ereditarietà, nel 57 percento dei quali era presente il solco paracingolato (osservato attraverso scansioni cerebrali). Incrociando tutti i dati è emerso che nei pazienti con questa “piega extra” nel cervello i sintomi della malattia erano comparsi in media due anni e mezzo più tardi. Potrebbe sembrare una differenza minima, come spiegato dal professor Harper, ma in media i pazienti colpiti muoiono appena otto anni dopo la diagnosi; ciò significa che una comparsa in ritardo dei sintomi di 2,5 anni fa una differenza enorme non solo per i pazienti, ma anche per i famigliari. Purtroppo la prognosi resta infausta anche per chi ha il solco paracingolato, pur con un processo più progressivo della sintomatologia (sebbene si muoia in media alla stessa età di chi non lo ha). I ricercatori ritengono che comprendere come mantenere la funzione protettiva del solco cingolato più a lungo potrebbe portare a terapie migliori contro questa devastante forma di demenza. I dettagli della ricerca “Anterior cingulate sulcation is associated with onset and survival in frontotemporal dementia” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Brain Communications.

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