Iceberg enorme si stacca dalla Groenlandia: “Rischi per il traffico marittimo”. È più grande di Cremona
Dal ghiacciaio Petermann, uno dei più grandi della Groenlandia, si è distaccato un enorme iceberg tabulare di 76 chilometri quadrati. Ciò significa che il colosso di ghiaccio è poco più grande delle città italiane di Cremona e Savona. Non c'è da stupirsi che gli scienziati chiamino questi iceberg “isole di ghiaccio”. I distacchi di giganteschi iceberg tabulari sono piuttosto frequenti in Antartide – ricordiamo ad esempio il mostruoso A23a sganciatosi dalla piattaforma Filchner nel 1986 – ma relativamente rari nell'Artico, pertanto rappresentano un'occasione unica di studio per gli scienziati. In questo caso il distacco era atteso da molto tempo, dato che i ricercatori seguivano da anni l'evoluzione delle fratture sul ghiacciaio Petermann, sito a nord-ovest della Groenlandia e a est dello Stretto di Nares.
Come spiegato dall'Agenzia Spaziale Europea (ESA), il distacco si è verificato martedì 4 agosto 2026, come mostrato dai satelliti Sentinel (in particolar modo Sentinel-1) della missione Copernicus, co-gestita dall'ESA e dalla Commissione Europea. Le immagini satellitari mostravano una significativa fratturazione della piattaforma di ghiaccio già la sera del 3 agosto: alle 20:00 del Tempo Coordinato Universale (UTC) – le 22:00 in Italia – del giorno successivo l'isola di ghiaccio era già “nata”. I glaciologi, del resto, usano il termine “calving” per la formazione di questi spettacolari iceberg. Secondo i calcoli degli esperti, il nuovo iceberg tabulare ha uno spessore di circa 150 metri.
Ad annunciare il distacco dell'iceberg un team di ricerca internazionale guidato da scienziati canadesi dell'Università di Ottawa in Canada, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi di diversi istituti. Fra quelli coinvolti l'Università di Stirling, l'Università di Lancaster, l'Università di Leeds (Regno Unito) e il Canadian Ice Service presso l'Environment and Climate Change Canada. I ricercatori, coordinati dal dottor Adam Garbo, come indicato si aspettavano da tempo che questo nuovo iceberg prendesse vita. “Il ghiacciaio Petermann è da tempo una delle più grandi lingue di ghiaccio rimaste in Groenlandia. Aspettavamo questa rottura da anni, e vederla finalmente accadere è straordinario. È un potente promemoria di quanto velocemente questi sistemi possano cambiare”, ha spiegato lo studioso.
Sebbene la Groenlandia sia una delle regioni della Terra più esposte agli effetti del cambiamento climatico, con enormi perdite di ghiaccio registrate ogni anno, la formazione di iceberg tabulari come il nuovo non è necessariamente associata al riscaldamento globale. È un processo naturale presente da sempre legato ai processi di accumulo e scioglimento del ghiaccio su base stagionale. Chiaramente l'acqua marina più calda e le temperature dell'aria superficiale più alte possono catalizzare e favorire la formazione degli iceberg, ma non sono sempre le “artefici” dell'origine di questi colossi.
Come spiegato dal dottor Garbo e colleghi, il ghiacciaio Petermann aveva già dato vita alla formazione di tre grandi isole di ghiaccio tra il 2008 e il 2012. Il gigante di 76 chilometri è comunque il più grande nell'Artico dal 2020 ad oggi, oltre a rappresentare la maggior perdita di ghiaccio da quasi 15 anni. Ma presto potrebbero essercene altri due più grandi: l'analisi delle immagini radar satellitari, ottenute grazie all'interferometria, mostra che in futuro si staccheranno altre due isole di ghiaccio di 94 e 84 chilometri quadrati.
I rischi del distacco dell'iceberg in Groenlandia
Come ci ricorda la drammatica vicenda del Titanic, gli iceberg possono rappresentare una seria minaccia per il traffico marittimo. I colossi come quello neonato possono bloccare le rotte, ma sono i pezzi che producono nel corso del tempo a causa della frammentazione a rappresentare il principale pericolo. Si tratta inoltre di un processo che può essere lunghissimo – il sopracitato A23a si è disintegrato dopo quasi 40 anni – ed è molto difficile da tracciare. “Si tratta di spessi blocchi di ghiaccio che possono andare alla deriva per anni. Nel tempo, si frammentano in pezzi più piccoli e più difficili da tracciare, che rappresentano un pericolo per le navi e le operazioni di sfruttamento delle risorse”, ha affermato la dottoressa Abigail Dalton del Canadian Ice Service.
Ma il pericolo non è solo rappresentato dalle potenziali collisioni con iceberg derivati. Le correnti del Petermann Fjord e della Baia di Nares, infatti, potrebbero spingere il colosso verso lo Stretto di Nares e bloccarne il passaggio. Iceberg di queste dimensioni possono collidere contro altre piattaforme di ghiaccio e staccarle, scorrere su fondali ricchi di biodiversità e disintegrarli, alterando al contempo gli equilibri biochimici attraverso l'immissione di grandi quantità di acqua dolce e altre sostanze in esso contenuti. In alcuni casi possono formare vere e proprie barriere che impediscono agli animali – come le foche – di raggiungere le aree di alimentazione. L'impatto ecologico di un colosso di 76 chilometri quadrati potrebbe essere peggiore del potenziale rischio per il traffico marittimo. La preoccupazione maggiore è legata al possibile raggiungimento del Mar di Baffin a causa delle correnti.