I bambini che dicono di avere ricordi di vite precedenti hanno storie scandite da uno schema ricorrente
“Quello sono io” è stata la frase con cui Ryan, un bambino dell’Oklaoma si è riconosciuto in una fotografia che ritraeva un uomo vissuto prima della sua nascita. Come lui, altri bambini dicono di ricordare episodi o dettagli di una vita precedente, identificandosi con persone decedute. Uno di questi casi è quello di James, che all’età di due anni iniziò ad avere violenti incubi notturni, in cui vedeva un aereo in fiamme. Raccontava ai genitori di essere stato un pilota ucciso durante la Seconda Guerra Mondiale. Nei suoi resoconti figuravano il nome di una portaerei, la Natoma Bay, e quello di un suo collega pilota, Jack Larsen, oltre a particolari relativi all’incidente. Elementi che successivamente trovarono corrispondenza con la morte di un pilota americano, di nome James Huston Jr., il cui aereo venne abbattuto sull’Oceano Pacifico nel 1945.
Ryan aveva invece 4 anni quando indicò alla madre una fotografia scattata negli anni 30 a Hollywood. L’immagine ritraeva un uomo che aveva lavorato come comparsa cinematografica non accreditata, che si è poi scoperto essere un agente dell’epoca d’oro, Marty Martyn, morto nel 1964. Ryan ricordava dettagli poco noti della vita del defunto, come il nome della strada in cui viveva, quante sorelle aveva e le sue preferenze alimentari.
Le loro storie, insieme a quelle di oltre 1.600 bambini, sono state analizzate dai ricercatori della Divisione di Studi Percettivi della Facoltà di Medicina dell’Università della Virginia, da cui è emerso quello che gli studiosi hanno definito un “sorprendente” schema ricorrente.
“Esisteva un precedente studio che suggeriva una correlazione tra morte violenta e un intervallo di tempo più breve tra la morte e la ‘rinascita’” ha affermato l’autrice principale della ricerca, Saeedeh Sadeghi. “Volevamo verificare questa correlazione in modo più sistematico e capire se potesse essere spiegata da influenze culturali o psicologiche. Con nostra sorpresa, la correlazione è risultata ancora presente quando l’abbiamo analizzata su un numero di casi molto più ampio, e i fattori sociali e psicologici che abbiamo esaminato non sono riusciti a spiegarla”.
L’analisi sui ricordi di vite precedenti riportati dai bambini
Esaminando i casi dei diversi bambini, i ricercatori sono riusciti ad associare i presunti ricordi di una vita precedente alle esperienze di specifiche persone decedute, considerando variabili come le cause del decesso, l’età al momento della morte e quanto questa fosse prevedibile o inaspettata.
I risultati dell’analisi, pubblicati su Psychology of Consciousness: Theory, Research and Practice, hanno mostrato che più la morte di una persona era stata improvvisa o inaspettata, tanto più breve tendeva a essere l’intervallo tra il decesso e la nascita del bambino. In media, questo intervallo era di 16 mesi, ma passava a circa 21 mesi nei casi di morte più prevedibile, scendendo a 12 mesi in quelli in cui il decesso era del tutto inatteso.
Questa associazione è persistita anche dopo aver considerato possibili fattori culturali e psicologici, tra cui la convinzione della famiglia nella reincarnazione, inclusa la possibilità di “contaminazione della memoria” per cui i bambini avrebbero potuto ripetere storie già sentite altrove. Un dato particolarmente rilevate è che l’associazione è risultata più marcata nelle famiglie che non credevano nella reincarnazione rispetto a quelle che invece la ritenevano possibile.
I ricercatori precisano che i risultati non dimostrano l’esistenza della reincarnazione, ma ritengono che meritino ulteriori approfondimenti. “Ci auguriamo che questo lavoro incoraggi a superare lo studio dei singoli casi per individuare eventuali modelli più ampi, verificabili in modo sistematico” ha aggiunto la dottoressa Marieta Pehlivanova, co-autrice dello studio. “I meccanismi alla base di queste osservazioni non sono ancora chiari, ma questo è un motivo in più per continuare a indagare, anziché distogliere lo sguardo”.