Ricorda cosa faceva a 3 mesi, ma non sa spiegare perché la sua memoria è così speciale
Aveva da poco compiuto 16 anni quando si era reso conto che i suoi ricordi erano molto più precoci di quelli degli altri. Riusciva a richiamare episodi della sua prima infanzia, a ricordare cosa faceva a 3 mesi e aveva la sensazione di poter ricostruire la propria storia personale come un filo continuo e consapevole a partire dai 3 anni. Da quell’età, i suoi ricordi erano molto dettagliati e facili da rievocare: bastava un piccolo contesto, come una foto di famiglia, una canzone o un dettaglio apparentemente insignificante di una situazione, per far riaffiorare scene ed eventi del suo passato. Che, troppo spesso, gli tornavano in mente senza alcuno sforzo, innescati da stimoli diversi, dalle emozioni, agli odori fino alle parole. Così, si ritrovava a vagare tra vecchi pensieri e frammenti di vita, come se quei momenti fossero ancora lì, a portata di mano.
Spinto da queste esperienze, aveva iniziato a chiedersi se le sue capacità mnemoniche fossero eccezionali, fino a contattare un ricercatore che si occupa di memoria, Krystian Barzykowski, del Laboratorio di Psicologia e Neurocognizione dell’Università di Grenoble Alpes, in Francia.
In quel primo contatto, il ragazzo aveva raccontato di trascorrere dalle 5 alle 7 ore al giorno a pensare ad eventi del passato e di poter ricostruire nel dettaglio tra i 100 e i 200 giorni dell’ultimo anno. Quando gli era poi stato chiesto di confrontare la sua capacità di ricordare la propria storia personale con quella dei suoi coetanei, l’aveva definita “notevolmente migliore”, mentre riteneva di avere capacità nella media, o leggermente inferiori, nel ricordare informazioni e conoscenze di carattere generale e nel rammentare gli impegni da svolgere in futuro.
Una memoria autobiografica fuori dal comune
Per verificare se le sue impressioni trovassero un riscontro oggettivo, Barzykowski e i colleghi hanno sottoposto il ragazzo a una serie di test da remoto, sotto la supervisione continua dei ricercatori. L’obiettivo era valutare sia la sua capacità di rievocare volontariamente eventi personali, sia la frequenza con cui questi riaffioravano senza che lui cercasse di richiamarli.
Per studiare quest’ultimo aspetto, gli era stato chiesto di svolgere un compito al computer, osservando una serie di stimoli visivi sullo schermo. A intervalli prestabiliti, i ricercatori gli chiedevano quali pensieri gli fossero passati per la mente, in modo da poter distinguere i momenti in cui la sua attenzione si spostava spontaneamente verso episodi della propria vita da quelli in cui pensava ad altro.
I risultati dei test, dettagliati in un rapporto pubblicato su Cortex, indicavano che il ragazzo aveva realmente una frequenza “notevolmente elevata” di ricordi autobiografici involontari, superiore al 99,9% delle persone, che soddisfaceva i criteri per la “memoria autobiografica altamente superiore (HSAM)”, una capacità mnemonica molto rara che permette di rievocare ricordi della propria vita con un livello di dettaglio eccezionale.
Tuttavia, a livello cognitivo, la sue capacità non erano poi così speciali, perché la sua attenzione, la memoria di lavoro e le funzioni esecutive erano del tutto normali.
“Questo ha indicato che la sua maggiore esperienza di ricordi autobiografici involontari non è dovuta a un aumento generale della cognizione spontanea, ma riflette uno specifico aumento del recupero della memoria autobiografica” spiegano Barzykowski e colleghi nel rapporto. “In questi casi, non parliamo di ‘supereroi’ cognitivi. Al contrario, si tratta di persone ampiamente paragonabili alla popolazione generale, ma rese uniche dal modo in cui ricordano e accedono agli eventi autobiografici: informazioni su ciò che hanno vissuto, a cui hanno assistito e che hanno sperimentato”.