Cosa succede alle persone che fanno la doccia fredda: “Non è proprio piacevole, ma mi sento meglio”
“Mi sento meglio e prendo meno giorni di malattia” dice chi ha introdotto la doccia fredda nella propria routine. Una pratica che può risultare “non proprio piacevole”, soprattutto nei primi momenti ma che, secondo una nuova ricerca, potrebbe avere effetti benefici sia fisici che mentali. L’analisi, condotta nell’ambito della tesi di dottorato della psicologa Lena Glaser presso l’Università di Basilea, in Svizzera, ha esaminato i risultati di tre studi clinici, per valutare se fare regolarmente docce fredde possa influire sulla salute, il benessere psicologico e le assenze dal lavoro.
Delle 735 persone coinvolte, di età compresa tra i 18 e 65 anni, 719 hanno portato avanti il programma, che consisteva nel fare una doccia fredda ogni giorno per 12 settimane, utilizzando l’acqua alla temperatura più bassa possibile, compatibilmente con le caratteristiche del proprio impianto idraulico, mentre il gruppo di controllo ha continuato con le proprie normali abitudini.
Al termine della sperimentazione, il risultato principale ha riguardato proprio i giorni di malattia e le assenze dal lavoro. “Durante le prime due settimane molti partecipanti si sono ritirati, ma in seguito il tasso di abbandono è diminuito” ha precisato la dottoressa Glaser. Con il proseguire dello studio, chi ha continuato con le docce fredde ha riferito un miglioramento del benessere generale e un andamento favorevole, seppure meno netto, del benessere fisico.
Docce fredde, meno giorni di malattia e assenze dal lavoro
I miglioramenti riportati nello studio si sono riflessi, spiega Glaser, in una riduzione dei giorni di malattia e assenze dal lavoro tra coloro che avevano fatto le docce fredde. Rispetto al gruppo di controllo, queste persone avevano registrato il 26% di giorni di malattia in meno e il 31% di assenze lavorative in meno.
Il lavoro sui tre studi, sottoposto al Journal of Health Psychology per la pubblicazione, ha inoltre offerto spunti interessanti sui principi alla base degli effetti.
Secondo Glaser, ad avere un ruolo potrebbe essere l’ormesi, per cui un’esposizione controllata a uno stimolo potenzialmente stressante può innescare risposte adattative nell’organismo. Un’ulteriore motivazione a praticare un’abitudine non proprio piacevole potrebbe inoltre derivare dall’orgoglio di essere riusciti a superare i propri limiti, affrontando qualcosa di scomodo.
“Quando le persone vedono un beneficio personale nel cambiare il proprio comportamento e non hanno la sensazione di rinunciare a qualcosa o di perdersi qualcosa, sono più motivate a perseverare” ha concluso Glaser.