La macchia nera delle ecoballe stoccate in provincia di Napoli, in un posto che si chiama ‘Taverna del Re' e che invece assomiglia al tugurio avvelenato di un miserabile, si vede dal satellite. Quella macchia, quel cancro sulla radiografia della regione, non è l'unica. In vari luoghi della Campania ci sono oltre 5 milioni e mezzo di ecoballe; sono grosse palle di monnezza che di ‘eco' non hanno niente: è spazzatura appallottolata nella plastica durante le varie emergenze rifiuti degli anni Duemila e nascosta sotto teli neri in lunghe strisce di terra un tempo da coltivazione e ora avvelenata. Per sempre.

Nel mese di maggio del 2016 l'attuale presidente della Regione della Campania, Vincenzo De Luca insieme all'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi prometteva di eliminare il problema in massimo 2 anni e mezzo. Nel dicembre 2017 solo una minima percentuale di ecoballe (1,7%) sono state smaltite. Ad oggi, anno 2018, alcune gare d'appalto sono ferme anche se i soldi ci sono. Ripetiamo: i soldi ci sono ma le gare sono ferme. Siamo nella terra delle ecomafie, ci sono migliaia di quintali di rifiuti da smaltire e centinaia di milioni da spendere. Che sta succedendo? Una metafora efficace la prendiamo dalla giungla: quando c'è una preda e il predatore resta immobile a fissarla c'è solo un motivo. Sta preparandosi ad azzannarla alla gola con un solo colpo.

Fuor di metafora la ragione profonda dell'inchiesta di Fanpage.it non risiede nella volontà di stupire con effetti speciali, con titoli a sensazione. Chi fa questo mestiere – che è quello del giornalista, non del cavalier servente dei poteri né tanto meno dell'opinionista a mezzo Facebook – sa che il giornalismo d'inchiesta che «non guarda in faccia a nessuno» costa ma non ripaga mai dal punto di vista economico. Perché lo si fa? Perché chiunque di noi abbia mai messo la mani su una vecchia Olivetti, su un moderno computer o su un blocco di carta bianca con l'intento di raccontare una notizia l'ha fatto sperando che potesse sortire tre effetti: essere utile a tutti, far parlare chi non ha voce, combattere un'ingiustizia. Il buon giornalismo – scusate la lezioncina – è tutto qua.

La ragione profonda dell'inchiesta di Fanpage.it sta in una locuzione: «Terra dei fuochi». Fanpage.it è stato il giornale online con la maggior produzione giornalistica video e testo sulla questione delle terre martoriate dai rifiuti occultati che avvelenano acqua, aria, intere zone del Napoletano e del Casertano. Col piano rimozione ecoballe De Luca pensava di aver messo la parola fine all'emergenza spazzatura in Campania? La realtà è che Terra dei fuochi non è finita. Che non è finito niente. Le responsabilità non sono solo camorristiche ma salgono su come un condotto fognario otturato che sversa liquami fino alla colonna dirigenziale di questa regione.

Politica, tecnici, intermediari, stakeholder. Tutti danzano intorno all'affare. Chi è stato così sprovveduto da pensare che oggi, nell'anno 2018 il ciclo dello smaltimento della spazzatura non fosse ancora alterato e corruttibile? È bastato riportare un personaggio da anni tristemente noto nel business della monnezza per scatenare gli interessi e gli appetiti di tutti.

Ma quale agente provocatore: Nunzio Perrella è stata una lampada accesa nel buio di un affare losco. E le falene sono arrivate, non richieste. A decine.

Come recita un vecchio proverbio napoletano, non si chiede all'acquaiuolo se l'acqua è fresca.  Dunque non debbono essere i giornalisti di Fanpage.it a giudicare il lavoro di Francesco Piccinini e Sacha Biazzo. Devono farlo i lettori e tra loro ci sono anche persone che non credono alla validità di un metodo giornalistico che ad oggi – basta guardare i video prodotti finora e quelli che arriveranno e documenteranno il traffico dei rifiuti anche al Nord Italia – ha documentato un marciume pazzesco anche per coloro che lo ipotizzavano.

Rosaria Capacchione è la giornalista campana che più di tutti ha scritto del clan dei Casalesi, specialista anche in ecomafie. Nella sua esperienza da Senatore della Repubblica è stata in commissione Antimafia e da tempo, causa minacce reiteriate, vive sotto scorta.  Se proprio si vuole ragionare su qualcosa, lo si faccia partendo da chi, sul territorio da anni e spesso in totale solitudine, ha raccontato le storie che pochi volevano ascoltare. Ecco il suo pensiero. 

Lo sapevano tutti che il traffico di rifiuti non si era mai interrotto. Che i liquami infetti finiscono dove sono sempre finiti, cioè nel mare e nelle fogne. Che le scorie tossiche sono sempre concime o materiale da bruciare. Lo sapevano tutti che il sistema ecomafie è sempre uguale a se stesso, anche con gli stessi uomini, magari ripuliti e riciclati attraverso strumentali collaborazioni con la giustizia, e con le stesse coperture. Lo sapevano tutti, anche i giornalisti ovviamente. Alcuni, più bravi degli altri, lo hanno documentato nell'unico modo possibile: andando sul posto. E filmando la verità. Arrivando in quel posto attraverso qualcuno che sapeva e conosceva. Come si fa quando si vuole fare. Cercando di non farsi ammazzare.
Non tocca ai giornalisti accertare reati e celebrare processi. Hanno il solo obbligo di raccontare i fatti, anche i più scabrosi e pericolosi, e le evoluzioni della società. Per questo i colleghi di Fanpage sono stati bravissimi. Perché hanno rischiato molto e hanno portato a casa la notizia, come si dice in gergo. E sono stati più veloci delle Procure perché non toccava a loro cercare prove processuali ma solo, appunto, raccontare fatti.
Le inchieste si fanno così, piaccia o no. E non copiando le inchieste di altri quando la cronaca è diventata ormai storia e i veleni hanno avvelenato. I tempi della verità non sono mai, nel bene e nel male, quelli dei processi. Possono essere infiniti ma possono anche essere anticipatori. E meno male che qualcuno ha ancora voglia di anticipare.