La vicenda è stata raccontata da alcuni quotidiani ed è confermata dall'avvocatessa Maria Teresa Pergolari: lo scorso 18 aprile Paolo Signifredi, 53enne  collaboratore di giustizia ritenuto il "commercialista" del boss di ‘ndrangheta Nicolini Grande Aracri, è stato avvicinato da tre uomini a volto scoperto e massacrato di botte mentre rientrava a casa nella località segreta in cui lo Stato l'ha spostato e dove avrebbe dovuto proteggerlo. «Se campi ti rifai il giro dei processi e ritratti tutto», gli avrebbero detto i tre aggressori dopo averlo lasciato per terra con una serie di fratture che richiederanno "alcuni mesi" per potersi riprendere secondo i sanitari. Signifredi in un primo momento sarebbe stato addirittura in pericolo di vita. Un'esecuzione in piena regola ma soprattutto un avvertimento chiaro: non c'è nessun "programma di protezione" che non possa essere scardinato dalla cosca.

Signifredi non è un semplice pentito: è lui l'uomo chiave su cui ruotano le accuse di ben quattro processi e le sue dichiarazioni sono al vaglio di diverse procure e di ben quattro procure distrettuali antimafia. Il suo ruolo, al servizio delle cosche, era quello di "svuotare" le aziende del nord per portarle a fallimenti pilotati. Secondo gli inquirenti solo tra Veneto e Lombardia sarebbero una settantina le società "lavorate" dal professionista (che fu anche presidente della squadra di calcio del Brescello) e il suo pentimento avvenuto nel 2015 ha assestato un duro colpo al clan di Grande Aracri.

Ma ciò che stupisce e allarma è soprattutto la facilità con cui il collaboratore di giustizia sia stato individuato nonostante la sua nuova identità e i continui spostamenti in località che avrebbero dovuto essere protette: già negli ultimi anni il pentito aveva denunciato "segnali inquietanti" e per questo aveva richiesto anche che venisse irrobustita la sua scorta durante i suoi spostamenti. Allarmi che sono rimasti inascoltati e che ora inevitabilmente dovranno essere valutati con attenzione: qualcuno ha seguito il collaboratore nei suoi spostamenti oppure c'è una "talpa" nel cordone di sicurezza che ha informato la cosca?

«Un episodio inquietante, grave. Si tratta di un messaggio all’esterno, non solo al diretto interessato. – dice Laura Garavini, senatrice del Partito Democratico componente della Commissione Antimafia nelle ultime due legislature – Il problema della tutela dei collaboratori di giustizia continua ad essere d’attualità e anche se è encomiabile che ci siamo dotati di una legge per i testimoni di giustizia questi fatti dimostrano che creare un’identità extra si dimostra sempre un argine molto fragile. È un tema dal quale non ci si può esimere. Il tema dell’antimafia del resto è scomparso soprattutto da chi ha fatto della legalità un logo poi su vicende così gravi». Di episodio "gravissimo" parla anche il senatore del Movimento 5 Stelle Mario Michele Giarrusso che dice: «Si tratta di un fatto gravissimo sul quale bisognerà fare piena luce. A breve presenterò una interrogazione al ministro dell'interno affinché dia tutte le dovute spiegazioni sull'accaduto». Durissimo il presidente dell'Associazione Articolo 21 Paolo Borrometi: «L’aggressione al collaboratore di Giustizia è la punta dell’iceberg. È incredibile ciò che, in questo periodo, sta accadendo. Le mafie continuano a colpire, troppo spesso indisturbate, mentre i cittadini si distraggono, mentre manca un governo e la politica fa i capricci.  Come Articolo21 abbiamo sempre lanciato l’allarme: stare accanto a chi rischia, al di là del mestiere che faccia ma privilegiando e proteggendo scelte ed impegno personale.»

La Procura della località protetta in cui si trova Signifredi ha aperto un'inchiesta per individuare gli aggressori. Ma il danno alla credibilità dello Stato, ancora una volta, è enorme.