Ma dov'è oggi Giovanni Falcone? Mentre molti lo commemorano, lo onorano, ne fanno un santino buono per qualche celebrazione di rito e lo citano con la superficialità con cui ogni anno gli si dedica un comunicato stampa, lui, Falcone, quello che avrebbe voluto lasciare, dov'è qui intorno?

Non c'è più Falcone nella stortura stessa con cui troppo spesso viene celebrato. «Io credo che occorra rendersi conto che questa non è una lotta personale tra noi e la mafia. Se si capisse che questo deve essere un impegno – straordinario nell'ordinarietà – di tutti nei confronti di un fenomeno che è indegno di un paese civile, certamente le cose andrebbero molto meglio», aveva detto Falcone in un'intervista a Corrado Augias nel 1991. Giovanni Falcone temeva i simboli perché sapeva bene quanto possano tornare utili a chi vuole deresponsabilizzarsi. La lotta alla mafia, insegnava Falcone, funziona con l'impegno di tutti, non con l'impegno di pochi. E sia lui che Borsellino hanno lavorato perché diventasse una lotta terribilmente popolare. Quindi no. Falcone non c'è.

Non c'è Falcone nell'antimafia spot che la politica concede solo per propaganda. «Il quadro realistico dell'impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall'impressione suscitata da un dato crimine o dall'effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull'opinione pubblica», scrisse Falcone nel suo libro "Cose di Cosa Nostra" (che è diventato un claim pubblicitario e invece sì, è un libro). Non c'è Falcone nella mafia che è sparita dalle discussioni dell'ultima campagna elettorale. Non c'è Falcone nell'agenda delle priorità degli ultimi governi. Non c'è più Falcone nelle leggi ritenute urgenti. Niente, non c'è.

Non c'è Falcone in un Paese che vorrebbe imporre egemonia politica di un pensiero unico. Non c'è Falcone lì dove la dialettica politica diventa una guerra tra degni populisti e dove l'opposizione politica trova comodo associare il potere ai mafiosi e a posto così. «Per vent'anni l'Italia è stata governata da un regime fascista in cui ogni dialettica democratica era stata abolita. E successivamente un unico partito, la Democrazia cristiana, ha monopolizzato, soprattutto in Sicilia, il potere, sia pure affiancato da alleati occasionali, fin dal giorno della Liberazione. Dal canto suo, l'opposizione, anche nella lotta alla mafia, non si è sempre dimostrata all'altezza del suo compito, confondendo la lotta politica contro la Democrazia cristiana con le vicende giudiziarie nei confronti degli affiliati a Cosa Nostra, o nutrendosi di pregiudizi: "Contro la mafia non si può far niente fino a quando al potere ci sarà questo governo con questi uomini"», scrisse Falcone. Oggi Falcone, sentendo tutti quelli che scrivono che la mafia "è di questo o quel partito", li prenderebbe a calci in culo per vigliaccheria.

Non c'è Falcone nell'antipolitica dal facile sdegno. Giovanni Falcone credeva nella politica. La investigava, frugava nelle sue pieghe, ma era convinto che la politica avrebbe potuto cambiare le cose. Fu chiamato a Roma al ministero da quello che era il vice di Bettino Craxi nel PSI. Oggi sarebbe un venduto, un amico dei poteri forti, uno della casta. Oggi non c'è più Falcone, no.

Non c'è Falcone nella cultura del sospetto contro chi si occupa di antimafia. Il "mascariamento", lo chiamano gli uomini di Cosa Nostra e lo loro sanno bene come la deligittimazione spesso arrivi più dagli onesti che dai mafiosi, basta solo accendere la scintilla. Non c'è Falcone ogni volta che si sbatte la sua scorta o le minacce ricevute in faccia a qualche giornalista con cui siamo in disaccordo. Non c'è Falcone negli editoriali sugli attici a New York che colpiscono di sponda senza confrontarsi sulle idee. Non c'è Falcone ogni volta che associamo un impegno genuino alla furberia degli antimafiosi per finta che invece, chissà perché, non vengono mai toccati dal sospetto fino a che non vengono scoperti.

Non c'è Falcone nella reazione narcotizzata al processo sulla trattativa Stato-Mafia. «La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.», scrisse Falcone. Non c'è Falcone lì dove ancora si insiste nel credere che le mafie non siano a braccetto con l'alta finanza, con certa imprenditoria, con putridi pezzi di politica. Non c'è Falcone in chi ogni volta si impegna a minimizzare le mafie come criminalità punto e basta. Ogni volta che qualcuno scrive "questo non c'entra niente con la mafia, la mafia è un'altra cosa" per proteggere qualche colletto bianco allora Falcone non c'è più.

E se Falcone non c'è perché quelli che ostinatamente lo cancellano oggi fingono di commemorarlo? Chissà che torni, piuttosto, prima o poi.