Gabriele D'Annunzio morì per ben tre volte: la prima, a diciassette anni.
in foto: Gabriele D’Annunzio morì per ben tre volte: la prima, a diciassette anni.

I poeti si sono spesso confrontati con la morte. Ma ce n’è uno, in particolare, che con essa ha avuto un rapporto molto strano, fatto di finzione a fini pubblicitari e di ossessione, quasi patologica: si tratta di Gabriele D’Annunzio che, nella sua vita, morì almeno tre volte. Fin da giovane infatti il Vate trovò il modo di creare scalpore attorno alla sua figura anche attraverso la sua prematura dipartita: abitudine che negli anni non è mai scomparsa, anzi lo accompagnerà in modo molto particolare fino al giorno della sua vera morte, avvenuta 81 anni fa. Altro che Mattia Pascal: ecco tutte le volte che D’Annunzio morì.

La prima morte di D’Annunzio, a diciassette anni

La prima volta che morì, D’Annunzio aveva diciassette anni. Il poeta si trovava ancora nel collegio di Prato, impegnato a concludere gli studi liceali, ma già il suo talento con le parole era notevole: tanto da spingere suo padre a finanziare la pubblicazione di “Primo Vere”, la prima raccolta di versi del giovanissimo Vate. Il piccolo volume esce nel 1879, e nel 1880 sui giornali dell’epoca viene pubblicata una notizia sconvolgente: il giovanissimo autore di quei versi sublimi era morto, “cadendo da cavallo sulla strada di Francavilla”.

Si trattava, ovviamente, di una notizia non vera: era stato lo stesso D’Annunzio, precocemente votato all'arte dell’auto-promozione, a comprendere l’impatto che una notizia del genere avrebbe avuto sull'allora ancora modesto pubblico di lettori. Così, con una cartolina firmata “G. Rutini”, scrisse egli stesso alla rivista “Il Fanfulla della Domenica” per comunicare l’accaduto. Lo sgomento dei suoi genitori nel ricevere le condoglianze per la prematura scomparsa del rampollo di famiglia, lo indussero poi a smentire.

Le altre morti e quella vera, nel 1938

La seconda volta accadde nel 1906, mentre si trovava in Francia: costretto a letto a causa di un incidente che gli aveva danneggiato la vista, D’Annunzio annunciò di sapere con certezza che sarebbe morto entro la fine di quell'anno. Circostanza che, ovviamente, non si verificò, ma che accrebbe notevolmente la sua fama di uomo stravagante, rivestendolo di un’aura mista di ammirazione ed incredulità per la tenacia con cui si ostinava a rapportarsi alla morte.

Di nuovo nel 1908, e infine nel 1910, D’Annunzio visse sotto l’ombra di varie profezie di morte annunciate da alcune singolari chiaroveggenti che arricchivano le fila delle sue frequentazioni bizzarre. Una volta per una pugnalata al cuore, l’altra per ragioni non meglio chiarite dalle cronache dell’epoca che, ormai, seguivano con interesse misto a ironia l’ossessione dannunziana per la morte: fino ai suoi ultimi giorni il poeta continuò spesso a lanciarsi in dichiarazioni in cui presagiva la sua fine. Perfino quando la sua fine si avvicinò davvero, D’Annunzio non risparmiò i suoi amici più cari: in molte lettere rinvenute postume si leggono annunci macabri in cui si diceva “prossimo alla morte”.

Le successive volte che Gabriele D’Annunzio morì, la sua fama da eccentrico era già grandemente affermata in tutta Europa, così come il suo talento di scrittore: il poeta aveva già pubblicato “Il piacere”, nel 1889, e “Il trionfo della morte”, nel 1894, oltre a “La figlia di Iorio” e le celebri “Laudi”. La fama era raggiunta: allora perché continuare a promuovere se stesso annunciando continuamente la sua prematura dipartita?

Probabilmente perché l’evenienza della sua scomparsa ormai era divenuta quasi un’ossessione per lui, che egli tentò di esorcizzare trasformandola in un punto di forza nella costruzione del suo personaggio pubblico, ma che, forse, era sintomo anche di un grave stato di depressione che lo accompagnerà fino all'ultimo dei suoi giorni. Nei carteggi rinvenuti nella sua Villa del Vittoriale frequenti sono anche i riferimenti a tentativi di suicidio: la stessa morte, quella vera, avvenuta il 1 marzo del 1938, è stata per molto tempo avvolta nel mistero, fino a quando i medici non confermarono la naturalità delle cause.