Italian peace activist Vittorio Arrigoni

"Perché non vieni con me a Gaza?". Era il 4 dicembre del 2009: io ero appena tornato da un viaggio in Tanzania, tu eri appena arrivato ad Ascoli Piceno ad un convegno organizzato dall'amico Enrico. Furono due ore di racconti che lasciarono la sala ammutolita. Su un muro, un proiettore sparava le immagini dei corpi straziati dal fosforo bianco durante l'operazione Piombo Fuso, oppure i destini dei pescatori affamati e dei contadini ai quali, come fosse un videogame, i soldati israeliani sparavano da una torretta oltre una recinzione di filo spinato. Le tue parole tessevano i collegamenti tra le storie di questi esseri umani ai quali era capitata in sorte una vita da reclusi in una grande prigione a cielo aperto: palestinesi, e per di più abitanti della Striscia di Gaza.

Ti conobbi quel pomeriggio stesso. Eri con altri attivisti in un bar della città. Vestito di nero, con la pipa in bocca: per me – giovane giornalista giramondo – il tuo libro Restiamo Umani (la cronaca dell'Operazione Piombo Fuso, ndr)  era stato non solo una fonte di informazioni. Era stato, prima di ogni altra cosa, un nutrimento fondamentale per la professione giornalistica: un po' della benzina che teneva acceso il motore di questa passione ce l'avevi messa tu. Ricordo che facemmo una passeggiata per le rue della città vecchia, poi andammo a cena in un piccolo ristorante. Birra e olive all'ascolana. E chiacchiere, tante: raccontasti della quotidianità di un attivista nella Striscia di Gaza, del tuo corpo come uno scudo urlando con un megafono "Stop shooting", a protezione dei contadini che altrimenti non avrebbero mai raggiunto le loro terre. Mi colpì la fierezza dei tuoi racconti: la stessa che uno ha quando sente intimamente di portare avanti la missione per cui è nato. La tua era quella di aiutare i palestinesi di quel lembo di terra, condividendo il loro destino (come fa oggi Rosa Schiano).

Alla fine di quella serata mi lasciasti i tuoi recapiti sul taccuino. E mi chiedesti di me: dei viaggi, e del documentario che stavo girando sugli abitanti del più grande campo rom d'Europa, il Casilino 900 di Roma. "Spediscimelo a casa, che me lo guardo, perché c'è qualcosa che accomuna i palestinesi ai romanì". Poi: "Senti, perché non vieni con me a Gaza? C'è un convoglio che parte tra qualche mese. Scrivimi, che ti spiego come fare per arrivare". Finì che non ti raggiunsi mai. Ma ci scrivemmo, sì, talvolta anche discutendo sulla piega che prese il progetto Viva Palestina. Su molte cose eravamo in disaccordo e lo fummo fino alla fine, ma fino alla fine riconoscendo uno all'altro – e serenamente – l'onestà delle rispettive posizioni.

Non so quanto sentano la tua mancanza i palestinesi di Gaza: mi dicono che vivano la frustrazione e il senso di colpa per averti perso, perché un palestinese non si dà pace, sapendo che sono stati dei palestinesi a ucciderti. So però quanto manchi ai giovani italiani, anche a quelli che non hanno mai sentito nominare il tuo nome: il nostro è diventato sempre più un Paese di "attivisti da tastiera", di battaglie condivise su Facebook senza mai metterci il corpo, della "rete" elevata a strumento rivoluzionario. Tu hai fatto altro: la tastiera l'hai utilizzata per raccontare le ferite del tuo corpo e di quello dei palestinesi, ai quali sei arrivato a sacrificare la tua stessa vita. Ecco, qualche giorno fa il direttore di questo giornale scriveva un articolo intitolato "Se hai vent'anni vattene dall'Italia". Io aggiungo: se hai 20 anni vattene, ma tieni a mente degli esempi che ti guidino nelle scelte che farai. Per me uno di quegli esempi sei tu.